“Spero che l’Ucraina vinca questa guerra“. Lo ha detto Ilya Khrzhanovsky, in un’intervista al Corriere della Sera. Il regista, che nel 2024 ha rinunciato alla cittadinanza russa, è arrivato alla Mostra del Cinema di Venezia con DAU, il film a cui lavora da circa vent’anni e che racconta la vita del fisico sovietico Lev Landau, premio Nobel nel 1962 e tra gli scienziati coinvolti nello sviluppo del programma atomico sovietico.
DAU, dietro il film c’è un esperimento cinematografico durato vent’anni
DAU nacque nel 2005 come racconto della vita del fisico sovietico Lev Landau, Nobel nel 1962, e si è sviluppato nel corso di circa vent’anni diventando un esperimento davvero inusuale nella storia del cinema contemporaneo. Per ricostruire il mondo in cui voleva inserire la figura di Landau, il regista fece costruire alla periferia di Kharkiv, in Ucraina, un centro di ricerca modellato sull’Unione Sovietica: un’area grande quanto due campi da calcio con dormitori, cucine, mense, laboratori, bagni e sale conferenze.
Tra il 2009 e il 2011 circa 300 persone furono pagate per vivere all’interno di quell’istituto comportandosi come se si trovassero realmente nell’Urss. Furono selezionate tra circa 200mila candidati e quasi nessuna aveva esperienza come attrice o attore: l’idea era che ciascuno facesse nella finzione ciò che faceva nella vita reale – i cuochi cucinavano, i camerieri servivano, i fisici lavoravano nei laboratori e persino alcuni ex agenti dei servizi segreti impersonavano membri del KGB.
Nel centro non poteva entrare praticamente nulla di contemporaneo: abiti, oggetti e perfino le confezioni degli alimenti riproducevano quelli sovietici, si pagava con vecchi rubli ristampati e persino tagli di capelli e montature degli occhiali dovevano essere coerenti con l’epoca. Questo dispositivo progettuale rese il set meno riconoscibile come luogo di produzione cinematografica e più simile a un ambiente sociale ricostruito.
Nessun copione e centinaia di ore di vita riprese dalle telecamere
Il confine tra cinema e realtà fu volutamente assottigliato: non esisteva un vero copione e molte persone continuarono a vivere all’interno dell’istituto anche per settimane senza che venisse girata alcuna scena. Khrzhanovsky interveniva raramente come regista tradizionale; più che dirigere, modificava le condizioni intorno agli interpreti, introducendo o allontanando persone per osservare le reazioni e provocare incontri. Microfoni nascosti consentivano alla produzione di sapere quando stesse accadendo qualcosa di rilevante e inviare sul posto la piccolissima troupe per filmare.
Dal dispositivo emerse una quantità enorme di materiale: circa 700 ore di girato, l’equivalente di centinaia di lungometraggi. Il materiale venne montato nel tempo in diverse forme. Nel 2019 una parte fu trasformata in un’enorme installazione artistica a Parigi; nel 2020 furono pubblicati 13 film derivati dalle riprese, tra cui DAU. Natasha, l’unico distribuito anche in Italia fino a quel momento.
Il progetto attirò scienziati e artisti internazionali: tra loro figura Carlo Rovelli, che compare nel nuovo film nel ruolo di un professore, “Fisico comunista, che viene in Russia durante la Seconda guerra mondiale”, ha spiegato lo stesso regista. Khrzhanovsky ha definito Rovelli “uno scienziato unico”, capace di trovare le parole per raccontare concetti come il tempo o l’Universo.
Le critiche dell’Ucraina e l’arrivo a Venezia
La presenza dell’opera in concorso a Venezia era stata contestata dal governo ucraino, che l’aveva definita uno “strumento di propaganda filorussa”. Il direttore della Mostra, Alberto Barbera, aveva respinto le accuse parlando di una “manipolazione della realtà“. Ora è lo stesso autore a precisare la sua posizione: nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Khrzhanovsky ha dichiarato che “L’Ucraina si trova in una terribile e sanguinosa guerra, che dura da più di quattro anni. Penso che sopravvivrà, rimarrà forte e preserverà la sua indipendenza e avrà un futuro migliore” e ha aggiunto che “L’unica cosa che posso augurarle è la pace e che il governo ucraino abbia il successo più ampio possibile. Che salvi il Paese e vinca questa guerra”.
Il film che ha portato a Venezia è tuttavia nato molto prima dell’invasione russa del 2022: si tratta di un’opera che interroga il rapporto tra individuo, scienza e potere dello Stato e che, per questo stesso motivo, assume oggi un significato diverso rispetto alle intenzioni originarie dell’autore. Khrzhanovsky ha detto di essersi “concesso molto tempo” per questo progetto, che è mutato nel corso delle due decadi di lavoro e che ha visto cambiare anche la realtà intorno al set: la città ucraina in cui era stato ricostruito quel mondo sovietico è diventata una delle città simbolo della guerra iniziata con l’invasione russa.
Il film presentato a Venezia dura 195 minuti ed è ambientato tra il 1928 e il 1968, raccontando la progressiva costrizione del talento scientifico di Landau al servizio dello Stato e del programma atomico sovietico. A Venezia, dunque, arriva un’opera che nasce da un esperimento tanto estremo quanto controverso e che, come ha detto lo stesso autore, oggi convive con una realtà politica e militare che conferisce nuove letture al materiale originale.
