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Lavitola al Riesame: “Dall’amicizia con Ranucci cercavo il mio riscatto sociale”

L’ex editore ha reso dichiarazioni spontanee davanti ai giudici: "Mandato in bianco a Gomes Tavares, non sapevo della bomba". La difesa nega il movente politico e chiede i domiciliari in Basilicata

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Valter Lavitola circondato da giornalisti e telecamere durante un riesame.

X@rep_roma

Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

Valter Lavitola torna a parlare dell’attentato contro Sigfrido Ranucci e davanti ai giudici del Tribunale del Riesame di Roma ricostruisce il rapporto con il giornalista e le ragioni che, secondo la sua versione, lo avrebbero portato a commissionare l’azione dell’ottobre 2025.

“Con Ranucci c’era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura, con un riscatto sociale per me”, ha affermato Lavitola nelle dichiarazioni spontanee rese durante l’udienza, secondo quanto riferito dai suoi difensori, gli avvocati Sergio e Arturo Cola.

L’udienza è durata circa tre ore. Lavitola è intervenuto in videocollegamento dal carcere romano di Rebibbia, dove è detenuto. La difesa ha inoltre presentato ai giudici una memoria di 72 pagine per sostenere le proprie richieste e contestare alcuni punti dell’impianto accusatorio.

Il Riesame si è riservato sulla richiesta dei legali di sostituire la custodia in carcere con gli arresti domiciliari. Come possibile domicilio è stata individuata un’abitazione in Basilicata nella disponibilità dell’indagato.

“La bomba fu un’idea di Gomes Tavares”

Uno dei passaggi più significativi delle nuove dichiarazioni riguarda Gomes Clesio Tavares, considerato dagli investigatori l’intermediario tra Lavitola e il gruppo che avrebbe materialmente eseguito l’attentato.

Lavitola ha sostenuto di assumersi la responsabilità dell’azione, ma ha attribuito a Tavares la decisione di utilizzare un ordigno.

“L’attentato con la bomba è un’idea di Gomes Tavares rispetto alla quale mi assumo tutta la responsabilità”, ha dichiarato, secondo quanto riportato dai suoi avvocati.

L’ex editore ha quindi precisato: “Gomes mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo senza dirmi che sarebbe stata una bomba. Io avevo dato un mandato in bianco specificando che non doveva fare male a nessuno”.

La ricostruzione proposta dalla difesa distingue quindi tra la decisione di commissionare un’azione contro l’abitazione di Ranucci e la scelta concreta di utilizzare l’esplosivo. Tavares è indicato dagli inquirenti come il collegamento con gli esecutori materiali ed è attualmente in Africa.

“Volevo proteggere Ranucci”

Lavitola ha ribadito anche la sua spiegazione del movente. Secondo la versione fornita ai magistrati, l’azione sarebbe stata organizzata paradossalmente per proteggere Ranucci, dopo che l’ex editore avrebbe ricevuto informazioni sull’esistenza di una minaccia reale nei confronti del giornalista.

“Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie. C’era la necessità di proteggerlo tanto che per due mesi dopo i fatti di ottobre ho chiamato Ranucci per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata”, ha sostenuto davanti al Riesame.

L’obiettivo, secondo Lavitola, sarebbe dunque stato quello di provocare un rafforzamento delle misure di sicurezza intorno al giornalista attraverso un’azione dimostrativa che non avrebbe dovuto causare feriti.

È una ricostruzione sulla quale rimane però aperto lo scontro con gli inquirenti. Già dopo l’interrogatorio di garanzia, il gip aveva giudicato le spiegazioni fornite da Lavitola generiche e prive di indicazioni concrete suscettibili di riscontro.

Il nodo del possibile progetto politico

Al centro dell’indagine c’è anche un’altra ipotesi: un possibile movente politico. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Lavitola avrebbe insistito nel tempo sull’eventualità di un ingresso in politica di Ranucci e avrebbe discusso anche della possibilità di realizzare un sondaggio per misurarne la popolarità.

La difesa respinge questa interpretazione.

Secondo gli avvocati Cola, “è insussistente il movente politico che la Procura di Roma ipotizza”. Lavitola avrebbe ribadito ai giudici che Ranucci non avrebbe mai avuto intenzione di candidarsi o entrare in politica. Anzi, sostengono i suoi difensori, “Ranucci si è spesso lamentato che Lavitola proponesse l’argomento”.

La frase pronunciata al Riesame sul proprio “riscatto sociale” assume particolare rilievo proprio in questo quadro. Lavitola ammette di aver visto nel rapporto di amicizia con il giornalista una possibilità di riabilitare la propria immagine, ma nega che questo significasse voler costruire insieme a lui un percorso politico.

L’attentato e gli esecutori

L’attentato risale all’ottobre 2025, quando un ordigno esplose davanti all’abitazione di Ranucci a Pomezia. L’inchiesta ha portato all’arresto di quattro persone ritenute coinvolte nell’esecuzione materiale dell’azione.

Tra gli indagati ci sono Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, rimasti in carcere dopo che il gip ha respinto la loro richiesta di domiciliari. I due hanno sostenuto di non conoscere né Lavitola né Ranucci e di avere avuto rapporti soltanto con Tavares. Secondo quanto riferito durante gli interrogatori, sarebbe stato proprio quest’ultimo a incaricarli di collocare la bomba.

Il gip ha tuttavia giudicato reticenti e non pienamente attendibili alcuni aspetti della loro ricostruzione, in particolare quelli relativi alla provenienza e alla composizione dell’ordigno.

Nell’inchiesta è contestata anche l’aggravante del metodo mafioso. Il Riesame, pronunciandosi in precedenza sulle posizioni degli esecutori, aveva descritto l’attentato come un’azione programmata, caratterizzata da una ripartizione dei compiti e dall’impiego di esplosivo.

La richiesta dei domiciliari

È su questo complesso quadro che ora dovranno pronunciarsi i giudici. Oltre alla ricostruzione dei fatti, i difensori di Lavitola contestano la permanenza delle esigenze cautelari, l’aggravante del metodo mafioso e la competenza territoriale della Procura di Roma.

Dopo le dichiarazioni spontanee e il deposito della memoria difensiva, il Tribunale del Riesame si è riservato la decisione. L’obiettivo degli avvocati Sergio e Arturo Cola è ottenere per Lavitola l’uscita da Rebibbia e il trasferimento agli arresti domiciliari nell’abitazione individuata in Basilicata.

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