Valter Lavitola è comparso oggi davanti al tribunale del Riesame di Roma, che tiene l’udienza sul suo ricorso contro le misure cautelari. È accusato di essere il mandante dell’attentato dinamitardo organizzato lo scorso ottobre ai danni dell’ex conduttore di Report, Sigfrido Ranucci.
Le difese e la memoria che Lavitola intende depositare
I legali di Lavitola si sono preparati all’udienza con un incontro in carcere. Pochi giorni fa gli avvocati Sergio e Arturo Cola si sono recati nel carcere di Rebibbia dove hanno avuto “un lungo colloquio” con il loro assistito, in vista dell’udienza odierna. In base a quanto si era appreso, gli avvocati “hanno definito con Lavitola il contenuto delle dichiarazioni spontanee che renderà davanti ai giudici della Libertà“.
Secondo il quadro che le difese intendono esporre, Lavitola dovrebbe presentarsi davanti ai giudici con una memoria approfondita per argomentare in maggiore dettaglio quanto riferito durante l’interrogatorio di garanzia e tentare di ottenere i domiciliari. Nel testo che avrebbe predisposto, l’imprenditore sosterrà che l’attentato dinamitardo contro Ranucci sarebbe stato organizzato per difendere il giornalista: Lavitola sarebbe venuto a conoscenza di minacce nei confronti di Ranucci e, per attirare attenzione e favorire un incremento della scorta, avrebbe pianificato l’azione. L’ipotesi difensiva, ripresa da Il Messaggero, è dunque quella di una strategia volta a tutelare la persona offesa, e non a danneggiarla.
Le motivazioni del Riesame e le esigenze cautelari
Gli inquirenti e la procura, invece, hanno avanzato una ricostruzione alternativa: a loro avviso l’obiettivo di Lavitola potrebbe essere stato quello di favorire un eventuale ingresso in politica di Ranucci, accrescendone la popolarità. In luglio il tribunale del Riesame di Roma ha motivato la conferma delle misure cautelari con osservazioni nette sul carattere dell’azione.
Nelle motivazioni citate dal Riesame si legge che l’attentato a Sigfrido Ranucci dello scorso ottobre è stata “un’azione programmata ed eseguita su mandato di un soggetto sovraordinato, sorretta da un’organizzazione capace di assicurare agli esecutori appoggio e protezione e attuata mediante modalità oggettivamente idonee a evocare, agli occhi della persona offesa, la forza intimidatrice tipica dell’agire mafioso“. La decisione dello scorso luglio ha inoltre confermato le misure cautelari nei confronti della banda di quattro persone (tre in carcere e una ai domiciliari), riconoscendo anche l’aggravante del metodo mafioso.
I giudici hanno ritenuto sussistenti le esigenze cautelari, richiamando come già “correttamente riconosciuto, nell’impostazione accusatoria recepita e approfondita dal gip”, il “pericolo di reiterazione di delitti della stessa specie, desumibile anzitutto dalle modalità dell’azione, preceduta da sopralluogo e realizzata attraverso la ripartizione dei compiti, l’impiego di materiale esplosivo e il coinvolgimento in un contesto criminale strutturato, che rivelano una non occasionale disponibilità a fornire un apporto consapevole alla programmazione e alla gestione di condotte di particolare gravità”. Sarà su questi elementi che i giudici della libertà dovranno pronunciarsi nell’udienza odierna.
