La Procura di Modena ha rimesso mano al dossier sui delitti attribuiti al cosiddetto “mostro di Modena”, una catena di almeno otto omicidi compresi tra il 1985 e il 1995. La Polizia e i Carabinieri, su delega dell’autorità giudiziaria, stanno ripercorrendo gli atti d’archivio e hanno chiesto nuovi esami sui reperti conservati in Medicina legale. L’idea è semplice e ambiziosa allo stesso tempo: usare tecniche oggi disponibili per verificare se emergano tracce rimaste invisibili all’epoca.
L’avanzamento delle verifiche
Gli investigatori ricostruiscono la documentazione processuale e selezionano i materiali che possono offrire riscontri aggiornati. Tra questi compaiono campioni biologici e altri reperti raccolti sulle scene, che oggi possono essere sottoposti a metodologie di laboratorio più sensibili. L’obiettivo operativo è duplice: capire se esistono elementi scientifici in grado di collegare tra loro i diversi episodi e valutare eventuali analogie che allora non erano emerse.
Le analisi saranno svolte con il supporto di strutture specialistiche, sia per la parte di esame dei reperti fisici sia per le comparazioni sul materiale probatorio. In passato il fascicolo era già stato riaperto più volte, senza risultati tali da sostenere un’azione penale definitiva: una persona fu inquisita, ma mancò il livello di prova necessario per procedere. Di conseguenza, l’introduzione di nuove tecniche è il motivo formale che ha spinto la Procura a rinnovare l’incarico alle forze dell’ordine, nella prospettiva di una verifica completa e documentata.
Le vittime e la sequenza degli omicidi
La serie attribuita al “mostro” copre un arco che va dall’agosto 1985 al gennaio 1995. Tra le vittime risultano Giovanna Marchetti, rinvenuta a Baggiovara e uccisa a colpi di pietra; Donatella Guerra, trovata ai laghetti di Sant’Anna; Marina Balboni, recuperata in un fosso a Gargallo; Claudia Santachiara, morta per strangolamento a Campogalliano; Fabiana Zuccarini, individuata in un fosso a Staggia; Anna Abbruzzese, rinvenuta in un fosso a San Prospero; Anna Maria Palermo, assassinata in un canale a Corlo di Formigine; e Monica Abate, trovata strangolata nella propria abitazione.
La maggioranza erano donne in condizioni di vulnerabilità: alcune esercitavano la prostituzione, altre convivevano con problemi di dipendenza. Le modalità dei ritrovamenti, spesso in fossi o canali, e il ripetersi di certe caratteristiche hanno alimentato nel tempo l’ipotesi di una stessa mano. Tuttavia, questa resta un’ipotesi: ad oggi non esiste una prova definitiva di un unico responsabile e gli inquirenti mantengono aperte più letture della sequenza.
Le richieste dei familiari e gli accertamenti
La decisione di riaprire è stata spinta anche dalle famiglie. L’istanza iniziale è arrivata dall’avvocata Barbara Iannuccelli per conto dei parenti di Anna Maria Palermo, e in seguito si sono aggiunti i familiari di altre quattro vittime. Chiedono che i reperti ancora conservati vengano esaminati con strumenti moderni, nella speranza che un confronto biometrico o altre analisi restituiscano un segno utile. Inoltre, la disponibilità di banche dati oggi molto più ampie offre un canale che in passato non era percorribile.
Nel caso di Claudia Santachiara, ad esempio, venne registrato che al momento del ritrovamento la donna stringeva alcuni capelli. All’epoca non furono eseguiti test come quelli oggi accessibili; a differenza di allora, quei materiali potrebbero essere sottoposti a una valutazione genetica mirata e confrontati con archivi biometrici. È un tassello specifico, ma rappresenta il tipo di verifica che le famiglie sollecitano: ripartire da dettagli concreti, con tecnologie più fini e protocolli attuali.
Gli inquirenti mantengono una linea prudente. La riapertura non implica l’immediata identificazione di un autore, né promette scorciatoie. Serve a misurare, con parametri scientifici, ipotesi rimaste sospese e a verificare correlazioni tra episodi che finora non hanno retto alla prova del dibattimento. In questa fase, il perimetro operativo include la catalogazione dei reperti selezionati, la loro spedizione ai laboratori competenti e la cura delle procedure per evitare contaminazioni, fino alle analisi comparative finali.
Come prossimi passi, la Procura ha disposto l’inventario dei reperti da analizzare e la calendarizzazione degli esami. Saranno i risultati tecnici, insieme alle valutazioni giuridiche, a indicare se aprire nuove linee d’indagine o se sia possibile ricostruire collegamenti tra i singoli episodi con un grado di certezza maggiore rispetto al passato.
