L’Italia userà il progetto europeo Safe per 8 miliardi di euro, su 14,9 totali disponibili, per finanziare investimenti nel settore della Difesa, dopo mesi di trattative con Bruxelles. L’intesa riguarda un prestito che dovrà essere restituito in un arco temporale di massimo 45 anni, hanno spiegato fonti istituzionali. Il dossier ha registrato confronti tra la Commissione europea e Roma sui due profili principali: l’importo finale e i tempi della decisione, come ha detto il portavoce Thomas Regnier.
Le condizioni dell’accordo tra Italia e Bruxelles
Secondo quanto riportato, la trattativa tra Roma e Bruxelles verte sul valore del contributo e sulle clausole temporali del prestito: la Commissione «ha avuto scambi con l’Italia su due punti: sull’importo finale e sui tempi della decisione», ha spiegato il portavoce Thomas Regnier. Il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva ribadito che l’Italia «avrebbe fatto la sua parte», e il ministro degli Esteri Antonio Tajani lo aveva confermato in Parlamento. Il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha valutato lo strumento «conveniente» rispetto agli interessi associati ai titoli di Stato, nonostante una freddezza iniziale.
Cabine di regia a Roma e contatti con Bruxelles hanno portato il governo a preparare una lista di materiali che potrà essere finanziata con il pacchetto: la presentazione ufficiale è attesa dopo il rientro dalle ferie, quando il ministro Crosetto illustrerà l’elenco al Copasir. L’accordo sul piano Difesa Safe si inserisce quindi in una cornice di decisioni politiche e militari condivise a livello europeo e nazionale.
Impiego dei fondi e implicazioni per il sostegno all’Ucraina
I fondi del Safe saranno utilizzabili anche per rimpinguare i magazzini della Difesa, che secondo quanto riporta il materiale raccolto sono stati messi alla prova dal sostegno all’Ucraina. Nel testo si cita anche il «no» al progetto Purl di Trump, che prevedeva di comprare armi dagli Stati Uniti per sostenere Kiev; in questo contesto il finanziamento europeo viene letto come una misura che può sostenere indirettamente l’Ucraina pur mantenendo limiti operativi decisi dal governo.
Nel corso della guerra, iniziata il 24 febbraio 2022, l’Italia — prima con il governo Draghi e poi con quello Meloni — ha fornito sostegno militare alla resistenza ucraina per circa 3 miliardi di euro; a questi vanno aggiunti sostegni umanitari, finanziamenti e sovvenzioni per un totale di 1,3 miliardi. Il centro studi tedesco Kiel Institute, che monitora gli aiuti alla causa ucraina, posiziona Roma tra i Paesi con contributi più bassi in Europa se si considerano i soli sussidi militari: nella graduatoria emergono cifre molto più alte per Germania (24,9 miliardi), Regno Unito (15,8), Danimarca (10,4), Paesi Bassi (9,3), Svezia (9,5), Norvegia (7,19), Francia (6,3), Polonia (4,4) e Finlandia (3,34).
I pacchetti
Il governo italiano ha inoltre deciso, prima con Draghi e poi confermando con Meloni, di secretare l’entità dei pacchetti: tipologia, numeri e costi dei materiali bellici non sono pubblici e il Copasir viene informato vincolato alla segretezza. Pur nella riservatezza, combinando fonti governative, registri internazionali e ricostruzioni giornalistiche, si arriva a una lista che include categorie come difesa antiaerea, artiglieria pesante, armi anticarro e leggere, mezzi corazzati e logistici, munizioni e materiali non letali. Negli ultimi pacchetti il governo avrebbe messo a disposizione di Zelensky la batteria italo-francese del SampT e i missili Aster; ambienti della Difesa parlano di una conferma continua del SampT, pur mantenendo il «no» alle esercitazioni congiunte dei Volenterosi previste in Polonia il prossimo autunno.
Copasir e ministeri seguiranno ora i passaggi formali per completare l’intesa e avviare l’uso dei fondi dal prossimo anno, con il governo che prepara la lista degli aiuti e la tempistica di erogazione.
