È conosciuta con il nome inquietante di “ameba mangia-cervello”, ma dietro questa definizione si nasconde un organismo unicellulare molto raro, la Naegleria fowleri. Vive soprattutto nelle acque dolci e calde e, in circostanze eccezionali, può provocare nell’uomo una gravissima infezione del sistema nervoso centrale chiamata meningoencefalite amebica primaria (PAM). La malattia ha una mortalità estremamente elevata e può evolvere rapidamente, mentre il rischio di contrarla per la popolazione generale rimane molto basso.
Dove vive l’ameba mangia-cervello
La Naegleria fowleri è un’ameba a vita libera presente in diverse parti del mondo. Predilige gli ambienti caratterizzati da acqua dolce e temperature elevate, generalmente comprese tra 26 e 46 °C. In determinate condizioni può essere rilevata anche a temperature inferiori, mentre riesce a sopportare per alcune ore valori superiori ai 46 °C.
Il microrganismo può trovarsi in laghi, fiumi, sorgenti termali, acque stagnanti, falde acquifere e scarichi, oltre che in piscine sottoposte a una disinfezione insufficiente e riscaldate dal sole. È stato individuato anche in scaldabagni e, più raramente, nell’acqua potabile o in quella del rubinetto. Il rischio maggiore riguarda quindi gli ambienti nei quali l’acqua dolce può diventare calda e ristagnare, soprattutto quando le condizioni igieniche non sono adeguate.
La presenza dell’ameba è documentata in diverse aree del pianeta, ma la maggior parte dei casi è stata registrata negli Stati Uniti, in particolare negli Stati meridionali come Georgia, Florida e Texas. Le temperature elevate durante i mesi più caldi e una gestione non adeguata delle piscine e delle acque possono favorire la proliferazione del microrganismo.
L’infezione passa dal naso, non dall’acqua ingerita
Il contagio avviene in una modalità molto specifica: l’acqua contaminata deve entrare nelle cavità nasali. La Naegleria fowleri può quindi raggiungere il cervello attraverso il nervo olfattivo, dopo essere entrata in contatto con la mucosa nasale. Una volta raggiunto il sistema nervoso centrale, il microrganismo provoca infiammazione, distruzione del tessuto cerebrale e una grave reazione immunitaria.
Non è invece considerato un rischio bere acqua contaminata, perché l’ameba deve raggiungere il cervello passando dal naso. Allo stesso modo, l’infezione non si trasmette da persona a persona e non risultano modalità di contagio attraverso le normali goccioline presenti nell’aria o gli aerosol.
Un possibile scenario di esposizione è rappresentato anche dai lavaggi nasali effettuati con acqua contaminata, oltre alla balneazione in piscine o acque dolci nelle quali il microrganismo sia presente. Durante i periodi più caldi, il controllo e la corretta disinfezione delle acque assumono quindi particolare importanza, perché l’aumento delle temperature può creare condizioni più favorevoli alla proliferazione dell’ameba.
I primi sintomi possono sembrare quelli di una meningite
La meningoencefalite amebica primaria tende a manifestarsi rapidamente dopo l’esposizione. I primi disturbi possono comparire generalmente dopo circa cinque giorni, anche se l’intervallo può arrivare in alcuni casi fino a 12 giorni. Nelle fasi iniziali il quadro può essere difficile da distinguere da quello di altre forme di meningite. Tra i sintomi iniziali possono comparire febbre, forte mal di testa, nausea, vomito, fotofobia e rigidità della nuca. Può inoltre verificarsi una perdita dell’olfatto dovuta al coinvolgimento del nervo olfattivo.
Con la progressione dell’infezione possono comparire manifestazioni neurologiche sempre più gravi, tra cui sonnolenza anomala, difficoltà di concentrazione, confusione, allucinazioni e convulsioni, fino ad arrivare al coma. Il decorso è generalmente molto rapido e il danno cerebrale può progredire nell’arco di pochi giorni.
La pericolosità dell’infezione causata dall’ameba mangia-cervello
La caratteristica più drammatica della PAM è la sua elevatissima mortalità. Secondo i dati riportati nel testo di riferimento, nell’arco di circa 60 anni sono sopravvissute soltanto 5 persone su 154 casi, e alcuni dei superstiti hanno riportato conseguenze neurologiche importanti, tra cui la perdita della capacità di parlare e difficoltà nell’uso degli arti inferiori.
La morte può sopraggiungere in circa dieci giorni dall’inizio dei sintomi. Gli effetti dell’infezione sono legati anche alla formazione di edemi e necrosi del tessuto cerebrale, che contribuiscono al rapido peggioramento delle condizioni del paziente.
Il termine “mangia-cervello” nasce proprio da questo processo: l’ameba non “mangia” il cervello nel senso letterale del termine, ma provoca una progressiva distruzione dei tessuti cerebrali attraverso l’infezione e la violenta risposta infiammatoria che ne consegue.
Come viene diagnosticata la meningoencefalite amebica
Di fronte a sintomi compatibili, la valutazione medica parte dall’anamnesi, cioè dalla raccolta delle informazioni sull’esordio e sull’evoluzione dei disturbi, oltre che dalla storia clinica del paziente. Segue l’esame obiettivo, con il controllo dei parametri vitali e una valutazione neurologica dello stato di coscienza, della vigilanza, dei nervi cranici e delle eventuali difficoltà motorie.
Per arrivare alla diagnosi vengono utilizzati esami specifici, tra cui la puntura lombare, che permette di analizzare il liquido cerebrospinale, e, nei casi necessari, l’esame di tessuto cerebrale attraverso una biopsia. Possono inoltre essere utilizzate tecniche di imaging come la tomografia computerizzata e la risonanza magnetica per valutare le condizioni del cervello e le conseguenze dell’infezione.
In presenza di cefalea intensa, febbre, rigidità della nuca, vomito o altri sintomi neurologici importanti, è fondamentale rivolgersi rapidamente a un medico o al pronto soccorso: la rapidità dell’inquadramento diagnostico è particolarmente importante vista la velocità con cui la malattia può peggiorare.
Ameba mangia-cervello, esistono delle cure?
Nonostante la PAM sia una patologia estremamente grave, non è corretto parlare di una totale assenza di trattamenti: sono stati utilizzati diversi farmaci antimicotici e antibiotici, spesso combinati tra loro, ma l’efficacia complessiva rimane limitata e non esiste una terapia sicuramente risolutiva.
In alcuni casi sono stati sperimentati approcci particolarmente intensivi. Nel 2013, per esempio, un trattamento comprendeva un cocktail di farmaci, il coma farmacologicamente indotto e il raffreddamento controllato della temperatura corporea. La rarità della malattia rende tuttavia difficile individuare protocolli terapeutici definitivi e ampiamente validati.
Quanto è realmente probabile contrarla
Nonostante la gravità della malattia, la possibilità di contrarre la Naegleria fowleri resta estremamente bassa. La presenza del microrganismo nell’ambiente non significa infatti che ogni contatto con acqua dolce comporti un pericolo: perché si sviluppi l’infezione devono verificarsi condizioni molto specifiche, a partire dall’ingresso dell’acqua contaminata nelle cavità nasali.
La prevenzione passa soprattutto dall’attenzione alle acque dolci calde e potenzialmente contaminate, dalla corretta manutenzione e disinfezione delle piscine e dall’utilizzo di acqua sicura per eventuali pratiche che comportino l’introduzione di acqua nel naso. La combinazione tra rarità dell’infezione e modalità di trasmissione molto particolare fa sì che il rischio per la maggior parte delle persone rimanga molto contenuto, nonostante le conseguenze della malattia possano essere devastanti.
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