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Crisi Volkswagen, Blume apre alla difesa: “Situazione più che critica”

Il gruppo tedesco deve fare i conti con una capacità produttiva in eccesso di oltre 500mila auto l'anno. Per alcuni stabilimenti si cercano nuove destinazioni industriali, mentre a Osnabrück avanzano i colloqui con aziende del settore della difesa

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Corvo posato accanto al logo Volkswagen su un insegna.

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Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

La crisi dell’industria automobilistica europea spinge Volkswagen a valutare scenari che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati difficilmente immaginabili. Il gruppo tedesco potrebbe infatti riconvertire parte della propria capacità produttiva verso il settore della difesa, mentre il ceo Oliver Blume avverte che la situazione economica dell’azienda è ormai “più che critica”. Sullo sfondo ci sono stabilimenti senza una prospettiva industriale definita, centinaia di migliaia di vetture di capacità in eccesso e una concorrenza cinese sempre più aggressiva.

Blume: “Il più grande sconvolgimento della nostra storia”

Il numero uno del gruppo di Wolfsburg ha tracciato il quadro in un’intervista pubblicata sul portale aziendale, alla vigilia di una serie di assemblee con i dipendenti negli stabilimenti tedeschi. Blume parla di una delle fasi più difficili mai affrontate dal colosso dell’auto: concorrenza dalla Cina, barriere commerciali, incertezza geopolitica e debolezza di alcuni mercati stanno cambiando profondamente gli equilibri del settore.

Il problema, secondo il manager, non è soltanto congiunturale. Volkswagen deve ridurre in Europa una sovraccapacità superiore a 500mila veicoli all’anno: in sostanza, il gruppo dispone di impianti in grado di produrre molte più automobili di quante il mercato riesca ad assorbire. Una situazione difficilmente sostenibile nel lungo periodo, soprattutto mentre i nuovi concorrenti cinesi riescono a operare con strutture di costo inferiori.

Nonostante nell’ultimo anno i costi di fabbrica degli stabilimenti automobilistici tedeschi siano diminuiti in media del 20%, per Blume gli interventi effettuati finora non bastano. La redditività operativa del gruppo, indicata al 3,8%, resta insufficiente per finanziare nel lungo periodo investimenti in tecnologie, nuovi modelli e stabilimenti.

Quattro stabilimenti senza certezze per gli anni Trenta

Nel mirino ci sono soprattutto Emden, Hannover, Zwickau e Neckarsulm. Per questi siti Volkswagen sostiene di non riuscire, allo stato attuale, a individuare una produzione competitiva che garantisca un utilizzo adeguato degli impianti negli anni Trenta. Blume ha comunque precisato che non è stata presa alcuna decisione sulla chiusura delle fabbriche.

La serrata, ha spiegato il ceo, rappresenterebbe la soluzione più costosa e dovrebbe quindi essere considerata soltanto come ultima possibilità. La strategia passa piuttosto dalla ricerca di partner, investitori e attività alternative capaci di garantire un futuro ai siti nei quali la produzione di automobili dovesse diventare economicamente insostenibile.

Ed è qui che entra in gioco la difesa.

Osnabrück potrebbe cambiare pelle

Il caso più avanzato è quello dello stabilimento di Osnabrück, dove Volkswagen ha confermato di essere in trattative con imprese dell’industria della difesa. “Dove la produzione di veicoli non ha più futuro, vogliamo sviluppare per tempo nuove soluzioni industriali”, ha spiegato Blume.

Nel sito la produzione automobilistica è destinata progressivamente a ridursi: la costruzione del T-Roc Cabriolet dovrebbe terminare nel 2027. Da mesi circolano ipotesi sull’interesse di aziende del comparto militare. Secondo indiscrezioni riportate in Germania, tra i soggetti interessati ci sarebbe anche il gruppo israeliano Rafael, con l’ipotesi di produrre componenti destinati a sistemi di difesa aerea per il mercato europeo. Volkswagen non ha però annunciato alcun accordo definitivo.

La prospettiva non significa necessariamente che Volkswagen voglia trasformarsi direttamente in un produttore di armamenti: il gruppo ha in precedenza escluso una propria produzione di armi. Sul tavolo c’è piuttosto l’utilizzo di capacità industriali, competenze e stabilimenti oggi legati all’automotive da parte di operatori della difesa.

Il piano dei 50mila posti e lo scontro con i sindacati

Parallelamente prosegue il ridimensionamento dell’organico. Dalla fine del 2024 Volkswagen, Audi, Porsche e Cariad hanno concordato una riduzione di circa 50mila posizioni in Germania entro il 2030, attraverso strumenti definiti socialmente sostenibili e prevalentemente volontari. Secondo Blume, circa 37mila accordi sono già stati firmati.

Il confronto resta però durissimo. Il piano di risparmio incontra resistenze sia sul fronte sindacale sia nella governance del gruppo, dove la Bassa Sassonia dispone del 20% dei diritti di voto. IG Metall ha già avvertito che si opporrà alla chiusura degli stabilimenti.

Per Volkswagen si apre così una fase decisiva: ridurre i costi senza smantellare la propria base industriale, trovare una nuova destinazione agli impianti meno competitivi e affrontare un mercato dell’auto che non garantisce più i volumi del passato. La possibile apertura alla difesa rappresenta uno dei segnali più evidenti di quanto profonda sia diventata la trasformazione dell’industria tedesca.

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