Giorgia Meloni pensava che la sintonia politica con Donald Trump avrebbe reso più semplice il rapporto tra Roma e Washington. A distanza di mesi, la presidente del Consiglio riconosce invece che le cose sono andate diversamente dalle aspettative, nonostante le convergenze su alcuni dei temi più identitari condivisi dalle due leadership.
“È chiaro che con Donald Trump ho creduto che le cose sarebbero state più facili, considerata la nostra convergenza su immigrazione e sulla cultura woke. Le cose sono andate in maniera diversa”, ha dichiarato Meloni in un’intervista al New York Times, rilanciata il 21 agosto dall’ANSA.
Le difficoltà nel rapporto tra Meloni e Trump
Le parole della premier rappresentano un’ammissione esplicita delle difficoltà emerse nel rapporto con la Casa Bianca. La vicinanza ideologica tra Meloni e Trump era apparsa evidente soprattutto sul contrasto all’immigrazione irregolare, sulla critica alla cultura woke e sulla necessità di rafforzare il fronte conservatore occidentale.
Sul piano internazionale, tuttavia, gli interessi dei due governi non sempre hanno coinciso. Uno dei dossier che ha maggiormente evidenziato le distanze è stato quello dell’Iran. L’Italia ha escluso la propria partecipazione agli attacchi americani e Meloni ha ribadito anche durante il vertice Nato di Ankara che Roma non avrebbe messo le proprie basi a disposizione per operazioni offensive statunitensi contro Teheran.
A complicare il quadro sono state anche le divergenze sulla gestione delle relazioni transatlantiche e sulla necessità, rivendicata dal governo italiano, di conciliare il rapporto privilegiato con Washington con la tutela degli interessi europei.
“Non mi pento dell’investimento politico”
La posizione espressa al New York Times riprende quanto Meloni aveva già affermato pubblicamente l’8 luglio, al termine del vertice Nato di Ankara. In quell’occasione la premier aveva spiegato di non essersi pentita dell’investimento politico compiuto sul rapporto con gli Stati Uniti e sull’unità dell’Occidente.
“Non mi pento assolutamente di nulla di quello che ho fatto”, aveva detto, sottolineando come la sua strategia non fosse nata con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Meloni aveva ricordato le “affinità” con il presidente americano proprio su immigrazione e cultura woke, ammettendo già allora di aver pensato che il dialogo potesse risultare più semplice.
La linea di Palazzo Chigi resta quindi quella di tenere insieme il rapporto con Washington e la difesa dell’autonomia decisionale italiana. “Io ho una strategia in testa”, aveva spiegato Meloni, indicando nell’interesse nazionale italiano ed europeo e nel rafforzamento dell’unità occidentale la bussola della propria politica estera.
Dalla sintonia politica al pragmatismo
Il passaggio dell’intervista al New York Times fotografa così una fase più pragmatica del rapporto tra Meloni e Trump. La sintonia su alcuni valori politici rimane, ma non si traduce automaticamente in una convergenza sugli interessi strategici.
È un equilibrio particolarmente delicato per l’Italia, chiamata contemporaneamente a mantenere saldo il legame transatlantico, rispettare gli impegni nella Nato e difendere le proprie posizioni sulle principali crisi internazionali.
L’ammissione di Meloni non equivale dunque a una rottura con Trump. Segnala piuttosto la consapevolezza che la vicinanza politica non basta, da sola, a rendere semplice il rapporto con Washington: quando entrano in gioco sicurezza, guerre e interessi nazionali, le convergenze ideologiche possono lasciare spazio a divergenze molto più concrete.
