Per quasi vent’anni Julia Curlee ha custodito alcuni dei segreti più delicati degli Stati Uniti. Ha lavorato per la Cia, viaggiato in 35 Paesi, operato anche in contesti di guerra, preparato briefing per i vertici dell’amministrazione americana e servito sotto quattro presidenti. È stata inoltre la prima funzionaria dell’Agenzia a compiere apertamente la transizione di genere continuando a lavorare nell’intelligence. Una carriera arrivata fino alla Casa Bianca, prima di interrompersi durante il secondo mandato di Donald Trump.
Curlee ha raccontato pubblicamente la sua storia in un lungo intervento pubblicato da The Atlantic, intitolato “The Wrong Kind of American”. Un racconto personale che attraversa quasi due decenni di servizio e culmina con il suo allontanamento dalla Casa Bianca nel 2025 e, successivamente, con l’addio alla Cia.
Dalla Cia ai briefing per Mike Pence
Curlee entrò nell’Agenzia nel 2007 e nel 2013 divenne la prima agente della Cia a effettuare apertamente la transizione continuando a prestare servizio. La sua identità di genere, sottolinea, non era un segreto all’interno del governo.
Durante il primo mandato Trump arrivò a ricoprire uno degli incarichi più delicati della sua carriera: divenne una delle funzionarie incaricate dei briefing di intelligence per il vicepresidente Mike Pence, esponente conservatore noto per le sue posizioni sui diritti LGBTQ+.
Proprio il rapporto con Pence rappresenta uno dei passaggi più sorprendenti del suo racconto. Alla fine dell’incarico, Curlee gli ricordò di essere una funzionaria della Cia transgender, una moglie e una madre, sottolineando come la sua storia dimostrasse ciò che era possibile realizzare negli Stati Uniti. Pence, racconta Curlee, reagì con rispetto e ironia, dicendosi contento di avere “superato l’esame”.
Negli anni successivi la funzionaria continuò la propria ascesa. Durante l’amministrazione Biden diventò direttrice per i programmi di intelligence del National Security Council, fino a ricoprire temporaneamente il ruolo di senior director ad interim.
Il ritorno di Trump e l’ordine esecutivo
La situazione cambiò radicalmente con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2025.
Curlee racconta che tra i colleghi della Cia circolava perfino una sorta di scommessa su quanto sarebbe durata nel nuovo governo. Eppure, almeno inizialmente, la nuova amministrazione aveva ancora bisogno delle sue competenze.
Il giorno dell’insediamento si trovava infatti nell’ala ovest della Casa Bianca per aggiornare il nuovo consigliere per la Sicurezza nazionale. Nelle stesse ore Trump firmava provvedimenti destinati a modificare profondamente le politiche federali sull’identità di genere, stabilendo che il governo avrebbe riconosciuto soltanto due sessi, maschile e femminile.
Curlee continuò comunque a lavorare. Il suo team aveva il compito di trasferire alla nuova amministrazione informazioni tra le più sensibili possedute dagli Stati Uniti.
Parallelamente, racconta, vennero meno alcune delle tutele sulle quali aveva potuto contare come dipendente transgender, mentre le nuove politiche federali intervenivano anche sull’accesso ai bagni, sui documenti e su alcune coperture sanitarie.
L’identità transgender diventa pubblica
Il punto di rottura arrivò quando l’identità di Curlee cominciò ad attirare attenzione fuori dai circuiti governativi. Secondo il suo racconto, esponenti dell’area trumpiana e attivisti della destra iniziarono a concentrarsi sulla presenza di funzionari considerati legati alla precedente amministrazione, mentre Laura Loomer richiamò pubblicamente l’attenzione sulla presenza al National Security Council di una funzionaria transgender proveniente dall’era Biden.
Fino a quel momento, sostiene Curlee, il fatto che fosse transgender era conosciuto da anni all’interno dell’amministrazione e non aveva impedito che le venissero affidati incarichi di massima responsabilità.
Poco meno di 70 giorni dopo l’insediamento di Trump, però, arrivò la comunicazione che mise fine alla sua esperienza alla Casa Bianca. Curlee ricorda il messaggio in termini brutali: la sua vita alla Casa Bianca era finita.
Non le sarebbe stata fornita, secondo il suo racconto, una spiegazione formale legata alle sue prestazioni professionali.
Il ritorno alla Cia e la decisione di lasciare
Dopo l’allontanamento dal National Security Council, Curlee tornò alla Cia. Ma anche lì, racconta, il clima era ormai profondamente diverso.
Nel corso del 2026 ha quindi deciso di lasciare definitivamente l’Agenzia, dopo quasi vent’anni di carriera. In interventi successivi ha denunciato inoltre quello che considera un problema più ampio dell’intelligence americana: il rischio che licenziamenti, revoche delle autorizzazioni di sicurezza e pressioni politiche spingano analisti e funzionari a dire ai decisori ciò che vogliono sentirsi dire anziché ciò che dovrebbero sapere.
Per Curlee, infatti, la vicenda personale è soltanto una parte della questione. Il principio che dice di aver seguito durante tutta la carriera era semplice: “Service before politics. Country before self”, il servizio prima della politica e il Paese prima di se stessi.
Oggi teme che quel principio sia stato indebolito.
E c’è soprattutto una convinzione che rende amaro il suo racconto: per anni aveva creduto alla promessa secondo cui chi avesse lavorato duramente al servizio degli Stati Uniti sarebbe stato, a sua volta, protetto dal proprio Paese. Dopo quanto accaduto, Curlee non è più sicura che quella promessa valga per tutti gli americani.
