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Portogallo, promulgata la “legge del burka”: cosa prevede il divieto sul volto coperto

Il presidente António José Seguro ha promulgato la norma approvata dal Parlamento a luglio. Il testo definitivo richiama sicurezza, ordine pubblico e parità di genere

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Portogallo, promulgata la “legge del burka”: cosa prevede il divieto sul volto coperto

Portogallo | Diego Delso — CC BY-SA 3.0 — via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20084564)

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

Il Portogallo ha promulgato la cosiddetta “legge del burka”, che vieta di circolare negli spazi pubblici con il volto completamente coperto. A firmare il provvedimento martedì 19 agosto è stato il presidente della Repubblica António José Seguro, dopo le modifiche apportate dal Parlamento per ridurre i possibili rischi di incostituzionalità, soprattutto sul terreno della libertà religiosa.

Il testo era stato approvato il 17 luglio con il sostegno dei partiti di governo Psd e Cds, di Iniziativa Liberale e di Chega, formazione di ultradestra che aveva presentato la prima versione della proposta. Proprio la formulazione iniziale aveva però sollevato dubbi sulla compatibilità della misura con i principi costituzionali. Nella versione definitiva, il divieto non viene quindi giustificato direttamente attraverso motivazioni religiose, ma facendo riferimento soprattutto alla sicurezza e all’ordine pubblico.

Portogallo, perché Seguro ha promulgato la “legge del burka”

La Presidenza della Repubblica ha spiegato che la decisione è arrivata “a seguito delle modifiche legislative introdotte”. Seguro ha inoltre richiamato alcune sentenze della Corte europea dei diritti umani, considerate in linea con l’impostazione della legge.

Secondo quanto riportato nella nota della Presidenza, il capo dello Stato condivide l’idea che il volto debba essere considerato un elemento fondamentale “per l’identità e la comunicazione umana”, perché rappresenta una forma minima di riconoscimento reciproco tra i cittadini.

Ma nel ragionamento utilizzato per giustificare la promulgazione compare anche un secondo elemento: la parità tra uomini e donne. “Ammettere che le donne, e solo loro, debbano nascondere l’intero volto implica un’asimmetria incompatibile con i valori di uguaglianza e pari dignità tra uomini e donne”, si legge nella nota.

Dal primo testo alle modifiche approvate dal Parlamento

La legge nasce quindi da una proposta politicamente legata al tema del velo integrale, ma la sua formulazione definitiva ha cercato di spostare il centro del provvedimento. Il divieto riguarda infatti il fatto di coprire completamente il volto negli spazi pubblici, mentre le motivazioni ufficialmente indicate fanno riferimento alla possibilità di identificare le persone e alla tutela dell’ordine pubblico.

È proprio questo passaggio ad aver permesso al presidente Seguro di promulgare il testo dopo le modifiche parlamentari. Il Portogallo introduce così un nuovo limite all’uso di indumenti che impediscono il riconoscimento del volto nello spazio pubblico, inserendo la misura all’interno di un dibattito europeo che continua a intrecciare sicurezza, libertà individuali, libertà religiosa e uguaglianza di genere.

Le accuse di islamofobia

La legge ha però riaperto il dibattito sull’islamofobia e sul rischio che un divieto formalmente neutro finisca per colpire soprattutto le donne musulmane. Amnesty International ha definito il provvedimento discriminatorio, sostenendo che possa limitare diritti fondamentali come la libertà religiosa e di espressione. A pesare nel dibattito è anche l’origine politica della norma: la prima proposta è stata presentata da Chega, partito di estrema destra, e dopo il voto il suo leader André Ventura ha celebrato l’approvazione scrivendo che chi “odia la nostra cultura può tornare nel proprio Paese”.

I critici sottolineano inoltre un possibile paradosso: una legge presentata come strumento di emancipazione femminile rischia di ridurre ulteriormente l’autonomia delle donne che scelgono volontariamente di indossare il niqab o il burqa, limitandone di fatto la presenza nello spazio pubblico. La questione, quindi, non riguarda soltanto sicurezza e riconoscibilità, ma anche il confine tra tutela dei diritti e imposizione statale su pratiche religiose min

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