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L’auto c’è, ma l’IA non la vede: il trucco di un hacker contro le telecamere

Il ricercatore Bill Swearingen ha sviluppato un particolare pattern grafico capace di confondere alcuni sistemi di computer vision. Il test su una Toyota Yaris alla Def Con di Las Vegas

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Telecamera di sorveglianza in primo piano, skyline notturna di Las Vegas illuminata.

i | Immagine generata con AI

Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

Un’auto perfettamente visibile agli occhi di una persona, ma che per un sistema automatico di sorveglianza praticamente non esiste. È il risultato dell’esperimento condotto dal ricercatore di cybersecurity Bill Swearingen, che ha sviluppato una particolare pellicola capace di mettere in difficoltà gli algoritmi utilizzati per riconoscere automaticamente i veicoli.

La tecnologia nasce all’interno di noRecognition, progetto dedicato alla creazione di pattern grafici cosiddetti “adversarial”, progettati cioè per confondere i sistemi di computer vision. La dimostrazione è avvenuta a Las Vegas durante la Def Con, una delle più importanti conferenze internazionali dedicate alla cybersicurezza.

Wow. What a week! #defcon34 and #BlackhatUSA were amazing. Loved catching up with everyone, and missed more than a few of you. Lets try again next year!
FYI — Techcrunch did an excellent article of my research, give it a read! https://t.co/3Sl37z7uDq

— ~billswearingen☎️# 🟩 (@hevnsnt) August 9, 2026

Il test con la Toyota Yaris

Per mettere alla prova il sistema, Swearingen ha ricoperto una Toyota Yaris con uno dei motivi grafici sviluppati dal progetto e l’ha fatta passare più volte davanti a una telecamera di Flock, società statunitense specializzata in sistemi di sorveglianza e lettura automatica delle targhe.

La telecamera ha continuato normalmente a filmare la vettura. A essere ingannato, però, è stato il software incaricato di analizzare le immagini: l’algoritmo non è riuscito a classificare la Yaris come un veicolo e, di conseguenza, non ha attivato il successivo processo di lettura della targa.

L’auto, dunque, non diventa realmente invisibile. Rimane presente nelle registrazioni e può essere riconosciuta da una persona che guarda il filmato, ma rischia di sfuggire ai sistemi automatici incaricati di individuare e catalogare i mezzi in transito.

Il pattern nato dopo 31 milioni di tentativi

Alla base dell’esperimento c’è il diverso modo in cui esseri umani e intelligenza artificiale interpretano un’immagine. Un algoritmo non “vede” una macchina come facciamo noi, ma cerca caratteristiche e associazioni apprese durante la fase di addestramento. Modificando in maniera mirata questi elementi visivi è possibile quindi interferire con il processo di classificazione.

Per trovare una combinazione efficace, Swearingen ha utilizzato l’intelligenza artificiale per generare e testare continuamente motivi geometrici e combinazioni cromatiche. Il processo sarebbe durato circa un anno, per un totale di 31 milioni di tentativi.

Secondo quanto riportato da Inc., il sistema sarebbe riuscito a creare pattern capaci di eludere 11 algoritmi open source di rilevamento, compreso quello utilizzato nella dimostrazione con la telecamera Flock.

La tecnica presenta comunque limiti importanti: non esiste al momento un motivo grafico universale in grado di funzionare contro qualsiasi sistema. L’efficacia varia infatti a seconda dell’algoritmo, della telecamera e delle condizioni nelle quali avviene la ripresa.

Il prossimo obiettivo sono i vestiti

Il progetto non vuole fermarsi alle automobili. Il team di noRecognition sta lavorando per trasferire lo stesso principio su T-shirt, felpe e accessori, con pattern pensati per mettere in difficoltà i software che identificano automaticamente le persone.

L’esperimento apre così una questione più ampia sul rapporto tra sorveglianza automatizzata e privacy. Da una parte sistemi sempre più sofisticati per riconoscere veicoli, targhe e persone; dall’altra tecniche progettate appositamente per sfruttarne le vulnerabilità. Una sfida tecnologica destinata a diventare sempre più centrale con la diffusione dell’intelligenza artificiale negli strumenti di controllo.

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