La proposta di affrontare il tema degli sbarchi attraverso un meccanismo di compensazione tra i Paesi europei non convince Sea Watch, che contesta le dichiarazioni del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e difende l’attività delle navi delle ong impegnate nei soccorsi nel Mediterraneo. Per l’organizzazione tedesca, salvare persone in pericolo non può diventare oggetto di trattativa tra governi.
Sea Watch: “Salvare vite è un obbligo”
Interpellata dall’ANSA sulle parole di Piantedosi, Sea Watch ha criticato in particolare la richiesta del Viminale al governo tedesco di intervenire sulle ong che battono bandiera della Germania. Secondo l’organizzazione, non sarebbe possibile chiedere a uno Stato di impedire a una nave di compiere attività che il diritto internazionale le impone.
Per Sea Watch, prestare soccorso a chi si trova in pericolo in mare e portarlo in un luogo sicuro non rappresenta una decisione politica né un atto di concessione nei confronti dei migranti. Si tratta, sostiene l’ong, di un obbligo previsto dalle norme e al tempo stesso di una responsabilità umana.
La polemica sulle compensazioni
Il punto più contestato riguarda proprio l’ipotesi di una compensazione tra Stati. Piantedosi aveva sollevato la questione considerando che alcune imbarcazioni delle ong, battenti bandiera di altri Paesi europei come la Germania, dopo le operazioni di soccorso portano i migranti verso lo sbarco in Italia.
Sea Watch considera però inaccettabile affrontare la questione in questi termini. L’organizzazione respinge l’idea che le vite delle persone soccorse possano essere utilizzate come elemento di scambio o trasformate in una questione numerica nei rapporti tra governi. Il soccorso in mare, secondo l’ong, non dovrebbe diventare una leva all’interno delle trattative europee sulla gestione dei flussi migratori.
Sea Watch: “Servono percorsi sicuri e legali”
Sea Watch sostiene che, se l’obiettivo del governo italiano è intervenire realmente sul fenomeno migratorio, la priorità dovrebbe essere quella di costruire strumenti alternativi e più strutturati. Tra le soluzioni indicate dall’organizzazione figurano percorsi sicuri e legali per chi fugge, un sistema europeo condiviso di accoglienza e una missione pubblica europea dedicata alla ricerca e al soccorso nel Mediterraneo.
L’ong ritiene invece che colpire o bloccare le organizzazioni impegnate nei salvataggi non impedirebbe alle persone in fuga da guerre e persecuzioni di tentare la traversata. Aumenterebbe, piuttosto, secondo Sea Watch, il pericolo che possano perdere la vita senza trovare soccorritori sul posto qualora le autorità competenti non intervengano.
La precisazione sui finanziamenti tedeschi
Nella parte conclusiva della sua presa di posizione, Sea Watch ha voluto inoltre chiarire un aspetto relativo ai rapporti con il governo tedesco. L’organizzazione afferma infatti di non aver mai ricevuto finanziamenti dal governo della Germania, prendendo così posizione anche rispetto alle eventuali ipotesi di collegamento tra l’attività dell’ong e un sostegno economico da parte delle autorità tedesche.
