Confesercenti ha diffuso la mappa del Pil 2026 elaborata dal Cer, che mette in evidenza squilibri territoriali netti. In controluce, il riferimento resta l’ultima stima dell’Ufficio parlamentare di bilancio: crescita italiana allo 0,9%. Il lavoro incrocia regioni e capoluoghi, tracciando un quadro in cui il passo del Nord non coincide con quello del Centro e del Sud.
Tra i capoluoghi spicca Bolzano, mentre in coda alla graduatoria regionale si posiziona la Valle d’Aosta. A fare da cornice, il presidente di Confesercenti Nico Gronchi ha affermato: «I numeri danno qualche soddisfazione: le previsioni sul Pil migliorano e l’inflazione resta, nella media nazionale, sotto la soglia del 3%». Di fatto, l’avanzamento medio esiste ma non annulla i divari locali.
Regioni: Trentino-Alto Adige avanti, Valle d’Aosta in coda
Secondo le stime Cer per Confesercenti, il Trentino-Alto Adige guida la classifica regionale. Subito dietro compaiono Lazio e Toscana, entrambe al +1,2%, mentre Emilia-Romagna, Basilicata e Liguria si attestano al +1,1%. All’estremo opposto la Valle d’Aosta, con la Calabria descritta quasi ferma a +0,1%; il Molise resta poco sopra con un +0,5%. Da un lato, quindi, un gruppetto di regioni con settori trainanti; dall’altro, territori che faticano a trasformare la ripresa nazionale in crescita locale. Secondo l’associazione, il diverso peso dei comparti produttivi e la struttura economica spiegano il ritardo. Lo scarto tra la prima e l’ultima regione tocca 1,6 punti.
Capoluoghi: Bolzano davanti, Roma e Milano a ridosso
Nel confronto urbano, il dossier conferma Bolzano come capofila. Roma e Milano si collocano a ridosso, entrambe al +1,6%: due piazze che, sommate, valgono oltre il 20% del Pil nazionale, a riprova del loro ruolo di cerniera economica. Allo stesso tempo, nel Mezzogiorno si segnala Napoli con un +1,5%, ben oltre la media regionale indicata al +0,8%. Bari si ferma al +1,3%, mentre Palermo mostra un aumento dei prezzi al +3,2% e, sul terreno della crescita, resta dietro la spinta partenopea. In chiusura di graduatoria per dinamica economica figura Reggio di Calabria, a indicare una coda che non riguarda soltanto l’indice dei prezzi ma anche il ritmo del valore aggiunto. Il quadro dei capoluoghi, dunque, replica la frattura osservata tra macro-aree.
Inflazione: città più care e più leggere
Sul fronte dei prezzi, le differenze sono marcate. Reggio Calabria registra l’incremento più alto, al +4,3%, quasi un punto sopra Napoli al +3,5%. Bolzano e Roma risultano appaiate al +3,4%, mentre Bari e Palermo si collocano al +3,2%. All’estremo opposto, Campobasso è la città con l’aumento più contenuto, pari a +1,7%; seguono Potenza a +1,9% e Firenze al +2,0%. Il differenziale tra la città più “cara” e quella più “leggera” raggiunge 2,6 punti, segnale che la spinta inflazionistica non è uniforme e si scarica in modo diverso sul carrello delle famiglie a seconda del territorio. Detto questo, la media nazionale resta, come ricordato da Confesercenti, sotto il 3%.
In sintesi numerica, l’Italia viaggia su un +0,9% di Pil atteso, con un margine di 1,6 punti tra la regione migliore e quella più in ritardo e uno spread dei prezzi pari a 2,6 punti tra i capoluoghi estremi. Una fotografia che tiene insieme crescita a più velocità e pressioni sui prezzi ancora asimmetriche.
