A Ceuta, giovedì si è verificato il più grande assalto migratorio mai registrato alle frontiere europee, seguito ieri da un massiccio dispiegamento militare e da un doloroso controesodo che ha cambiato in poche ore il volto della città autonoma. Sul bagnasciuga del Tarajal, area simbolo dell’arrivo, El Tarajal è diventato il luogo in cui una folla in fuga si è infranta contro dispositivi di controllo e forze dell’ordine, mentre il flusso complessivo mostrava numeri senza precedenti con oltre Migranti a Ceuta e la presenza di più di 50.000 persone arrivate dal vicino Marocco in due giorni.
L’assalto a Ceuta e il controesodo
La massa umana che nelle prime fasi ha raggiunto le coste ha rappresentato circa il 70% dell’intera popolazione della città autonoma, una pressione demografica e logistica che ha superato le capacità locali di risposta e ha trasformato momentaneamente la città in un enorme punto di transito. I migranti, molti dei quali giovani e visibilmente provati dalle privazioni, in parte raggiungevano la spiaggia nuotando e in parte camminavano lungo il lungomare, ma presto si è manifestato un movimento in senso opposto con un fiume umano che ritornava verso la frontiera: secondo le autorità, già oltre 48.000 persone avevano imboccato, volontariamente, la via del ritorno, mentre le uscite dalla città procedevano ad un ritmo stimato in 150 persone al minuto.
Il progressivo alleggerirsi del flusso ha comunque lasciato una scia di tensione e paure diffuse, con residenze e ronde cittadine scese in strada per difendere il territorio e con molte persone in fuga spaventate dalle azioni di controllo e dalle misure di ordine pubblico.
Reazioni istituzionali e strategie di responsabilità
Nel pomeriggio il premier spagnolo Pedro Sánchez si è recato a Ceuta per ribadire la difesa dell’integrità territoriale dello Stato e per condannare la violazione del confine, scaricando la responsabilità della crisi sui trafficanti di esseri umani e accusandoli di ingannare i giovani e spingerli in situazioni letali. Il governo ha inoltre collegato l’ondata a una recente sentenza della Corte Suprema, sostenendo che le reti criminali abbiano reinterpretato la norma per incitare al passaggio in mare, e ha sottolineato questa volta la «collaborazione esemplare» del vicino Marocco per la gestione dell’emergenza, in netto distinguo rispetto alle attribuzioni mosse nel 2021.
La visita del premier è però stata accolta con forte ostilità da parte di gruppi di cittadini locali che hanno fischiato e contestato la sua presenza, rendendo ancora più evidente la frattura tra le esigenze di sicurezza dello Stato e le tensioni sociali emergenti nelle strade della città autonoma.
Violenza al confine, morti e condizioni umanitarie
La genesi dell’ondata rimane segnata da dinamiche controverse: alcune testimonianze raccolte dal New York Times hanno riferito che, all’avvicinarsi della linea di demarcazione, agenti della polizia marocchina non avrebbero fermato i migranti e, in alcune circostanze, avrebbero indicato loro la direzione da seguire, una circostanza che secondo osservatori ha favorito l’innesco della marea umana. Sul lato marocchino la tensione è però degenerata rapidamente, con scontri vicino a località come Fnideq e l’impiego di cannoni ad acqua per disperdere gruppi di persone, mentre nell’altra exclave spagnola del Nord Africa, Melilla, si registravano analoghi focolai di violenza.
Il bilancio è tragico: le autorità hanno recuperato almeno 67 corpi dal mare, la maggior parte delle vittime annegate nel disperato tentativo di aggirare a nuoto la diga frangiflutti di El Tarajal, mentre chi è riuscito a passare ha trovato una realtà di grave emergenza umanitaria con migliaia di persone senza tetto, molti minorenni non accompagnati e persone costrette a dormire all’addiaccio senza cibo né acqua, una situazione definita insostenibile dal sindaco-presidente Juan Jesús Vivas.
Le procedure di rimpatrio, il coordinamento tra autorità e la capacità di accoglienza locale sono ora al centro delle scelte da compiere per mitigare gli effetti immediati della crisi e per affrontare le conseguenze sociali e umanitarie sulla popolazione residente e sui migranti stessi.
