Abderrahim Fakir era arrivato in via Italo Svevo, nel quartiere Pilastro di Bologna, intorno alle 9.30 di domenica 19 luglio. Tre ore e mezza dopo, alle 12.53, i sanitari ne hanno constatato la morte. Nel mezzo ci sono state le richieste di aiuto del 42enne, l’intervento delle forze dell’ordine e diversi passaggi sui quali la Procura sta cercando di fare chiarezza. A ricostruire le ore precedenti al decesso sono le testimonianze raccolte tra i residenti della zona e l’audio di una chiamata alla polizia trasmesso dal Tg1. La registrazione conferma che Fakir era in evidente stato di agitazione e temeva che qualcuno volesse ucciderlo.
La morte a #Bologna di Abderrahim #Fakir durante un fermo di polizia. Ecco le telefonate arrivate al 118 prima dell’intervento delle forze dell’ordine.#Tg1 Claudia Antinoro pic.twitter.com/fvmGoiUrh1
— Tg1 (@Tg1Rai) July 20, 2026
Cosa si sente nella telefonata alla polizia
A chiamare le forze dell’ordine è stato un passante che aveva visto Fakir correre nei pressi delle autorimesse. “Sono in via Italo Svevo 6, c’è una persona extracomunitaria che è arrivata di corsa dietro i garage”, dice l’uomo alla centralinista. Poi aggiunge che il 42enne stava “urlando e scalciando tutti i basculanti“, mentre gridava “aiuto, mi vogliono uccidere”
La centralinista gli chiede di descrivere l’uomo e di fornire indicazioni più precise sul luogo in cui si trovava, assicurando infine l’invio immediato di una pattuglia. L’audio pubblicato dal Tg1, tuttavia, non contiene l’intera telefonata: la registrazione comincia dopo una caduta della linea e manca quindi la prima parte della conversazione.
Fakir chiedeva aiuto dalle 9.30
Parveen Akhrar, 72 anni, ha raccontato a Repubblica di aver visto Fakir dalla finestra intorno alle 9.30. Il 42enne si sarebbe prima seduto sotto un albero, poi sulle scale del cortile e infine sdraiato a terra. Si lamentava, urlava e chiedeva che venissero chiamate un’ambulanza e la polizia.
Anche un altro residente, Aly, ha descritto Fakir come una persona in forte stato di agitazione. “Sbatteva la testa contro il muro, parlava in arabo e chiedeva aiuto“, ha raccontato.
Nasser Ahmed, un altro vicino, ha visto Fakir scendere dalle scale e dirigersi verso i garage. “Sembrava avesse paura di qualcosa“, ha spiegato. L’uomo indossava soltanto una maglietta, un paio di pantaloncini e delle ciabatte: “Non aveva armi e non sembrava pericoloso”. Un altro residente, Massimiliano Finelli, ha riferito di averlo sentito gridare: “Aiuto, mi vogliono ammazzare”
viene constatata la morte alle 12.53, poco dopo che gli agenti lo avevano ammanettato immobilizzandolo a terra. Il video dell’accaduto è circolato su tutti i social.
Fakir, il contatto con il centro di salute mentale
Gli inquirenti, coordinati dalla Procura di Bologna, stanno cercando di ricostruire ogni fase dell’intervento e anche le condizioni psicofisiche di Fakir. Dagli accertamenti sarebbe emerso che, in passato, il 42enne aveva avuto un contatto con un centro di salute mentale, senza però proseguire il percorso di cura.
Resta soprattutto da chiarire cosa sia successo nei vuoti lasciati dai racconti dei testimoni: tra le prime richieste di aiuto, l’arrivo degli agenti e l’immobilizzazione ripresa nel video. Fakir era arrivato al Pilastro tre ore e mezza prima della morte. Fin dall’inizio, come confermano i vicini e la telefonata trasmessa dal Tg1, chiedeva che qualcuno intervenisse per aiutarlo.
Per approfondire: Caso Fakir, cosa prevedono le linee guida della polizia per immobilizzare una persona
