La morte di Abderrahim Fakir durante un intervento della polizia a Bologna ha riportato al centro dell’attenzione le modalità con cui gli agenti possono contenere una persona in stato di agitazione. Mentre la Procura indaga per ricostruire quanto accaduto in via Italo Svevo, è importante soffermarsi sulle circolari e indicazioni operative che regolano l’uso della forza e mettono in guardia dai rischi legati all’immobilizzazione a terra.
Caso Fakir, le regole per contenere una persona “non collaborativa”
Il documento più recente è una circolare elaborata dal ministero dell’Interno e trasmessa l’11 maggio 2026 ai sindacati di polizia. Il testo, firmato dalla Direzione centrale anticrimine, dalla Direzione centrale di sanità e dall’Ispettorato delle scuole della Polizia di Stato, contiene le nuove linee guida per la gestione delle cosiddette “persone non collaborative”, quindi persone che si trovano in uno stato di forte agitazione, alterazione psicofisica o resistenza.
Il primo strumento indicato è la coolizmunicazione: gli agenti devono tentare di ridurre la tensione attraverso il dialogo e ricorrere alla forza soltanto quando la de-escalation sia fallita o non risulti concretamente praticabile. L’uso della forza deve essere necessario, graduale e proporzionato alla situazione. Contemporaneamente deve essere richiesto l’intervento del 118, soprattutto quando la persona manifesta difficoltà respiratorie, alterazioni dello stato di coscienza o un’agitazione particolarmente intensa.
Il testo trasmesso a maggio non risultava ancora definitivo: era stato inviato alle organizzazioni sindacali per raccogliere delle osservazioni.
Immobilizzazione a terra, il rischio dell’asfissia posturale
Uno dei punti centrali delle nuove linee guida riguarda il contenimento a terra. La circolare in questione raccomanda di limitare l’immobilizzazione al tempo strettamente necessario e di evitare una posizione prona prolungata per i rischi che può provocare al sistema cardiaco e agli organi respiratori.
“Il fermato, una volta messo in sicurezza, deve essere posto in posizione di decubito laterale nell’attesa del personale sanitario”, si legge nella circolare. Questo significa che la persona dovrebbe essere ruotata immediatamente sul fianco, così da favorire la respirazione, e costantemente controllata in attesa dell’arrivo dei sanitari: viene inoltre sconsigliata qualsiasi pressione prolungata sul torace o sulla schiena.
La posizione prona può infatti provocare la cosiddetta asfissia posturale: una condizione nella quale la posizione del corpo ostacola progressivamente la respirazione. Il rischio può aumentare in presenza di agitazione, obesità, assunzione di alcol o sostanze e problemi cardiaci e può verificarsi anche senza una pressione diretta sul torace.
Le circolari precedenti e la condanna nel caso Magherini
Le disposizioni sull’immobilizzazione sono cambiate molte volte nel corso degli anni: le linee guida del 2008 ammettevano l’ammanettamento a terra in posizione prona, senza descriverne adeguatamente i rischi. Una circolare del 2014 riconobbe invece il pericolo dell’asfissia posturale, raccomandando di evitare o ridurre al minimo quella posizione.
Il documento fu successivamente sostituito da circolari emanate nel 2016 e nel 2019, nelle quali, secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo, non comparivano comunque indicazioni sufficientemente chiare sui rischi dell’immobilizzazione prona prolungata.
La questione è arrivata fino alla Corte Edu nella sentenza sulla morte di Riccardo Magherini, deceduto a Firenze nel 2014 dopo essere stato immobilizzato dai carabinieri. In quel caso, i giudici hanno condannato l’Italia, ritenendo che le istruzioni e la formazione fornite alle forze dell’ordine non garantissero una tutela adeguata del diritto alla vita.
Nel caso di Abderrahim Fakir saranno le indagini a stabilire la durata e le modalità del contenimento, oltre all’eventuale ruolo dello spray urticante. Senza questi elementi non è possibile sostenere che gli agenti abbiano violato le indicazioni operative. Le circolari mostrano però che i rischi dell’immobilizzazione a terra sono conosciuti da anni e che il tempo trascorso in posizione prona può diventare un elemento decisivo.
