12 luglio 2026 – “Una vita tra esposti e richieste risarcimento danni”. Comincia così il post con cui Sigfrido Ranucci, nella giornata di ieri, ha fatto il punto su quello che gli sta accadendo attorno. Poche righe ma dentro c’è il momento che il conduttore di Report sta attraversando, tra l’inchiesta sull’attentato subito lo scorso ottobre, le decisioni dei vertici Rai e una serie di grane legali che si accumulano una dopo l’altra. A chiudere, la frase: “Diciamo che ho passato momenti migliori”.
Ranucci elenca i suoi fronti: dall’esposto di FdI alla richiesta danni di Zampolli
Il primo punto del post riguarda Fratelli d’Italia, che sta preparando un esposto da presentare in Procura sul caso Ranucci-Lavitola: la notizia, riportata dall’ANSA e rilanciata dal conduttore stesso, era stata anticipata dal Messaggero e confermata da fonti parlamentari. Il riferimento è al rapporto tra il giornalista e Valter Lavitola, l’imprenditore ed ex editore dell’Avanti indagato dalla Dda di Roma come presunto mandante dell’attentato che il 16 ottobre 2025 colpì l’abitazione di Ranucci a Pomezia. Poi la stoccata a un collega: “il collega Nicola Porro entusiasta perché Report sospesa”, scrive Ranucci, riferendosi alla decisione della Rai di sospendere cautelativamente le repliche estive del programma, “in attesa che si faccia piena chiarezza sulla delicata e complessa vicenda” che lo coinvolge. Il terzo fronte è quello legale. Ranucci ricorda di aver ricevuto una richiesta di danni per 5 milioni di euro da Paolo Zampolli, che nel post definisce “emissario di Trump nel mondo“. L’inviato speciale degli Stati Uniti per le partnership globali ha formalizzato la richiesta risarcitoria nei confronti della Rai e dei giornalisti Sigfrido Ranucci e Sacha Biazzo per i contenuti delle puntate di Report del 19 e 26 aprile e del 3 maggio, ritenuti diffamatori.
Giletti e il mistero di Corrado: “Ho un’idea di chi possa essere”
Sulla vicenda è intervenuto più volte anche Massimo Giletti, che sul caso ha giocato un ruolo tutt’altro che marginale: fu lui, il 30 marzo a Lo Stato delle Cose, a rivelare per primo che gli attentatori erano legati alla camorra, erano arrivati dalla Campania e non avevano usato né una Panda nera né del plastico, come si era ipotizzato fino a quel momento. Intervistato da MOW, il conduttore ha ricostruito gli effetti di quella puntata: gli esecutori materiali, sentendosi scoperti, sarebbero andati nel panico, abbandonando le precauzioni e ricominciando a parlare al telefono – un errore decisivo, riconosciuto secondo Giletti anche nell’ordinanza del gip. Non solo: davanti alla tv quella sera c’era anche un uomo di camorra legato al clan Moccia, che avrebbe scritto direttamente al magistrato per confermare l’appartenenza degli attentatori al “sistema”, precisando però che il clan non c’entrava con il mandato.
Ma il punto più intrigante dell’intervista riguarda il nome in codice attorno a cui, secondo Giletti, ruota tutta la vicenda: Corrado. “Io ho un’idea di chi possa essere Corrado, ma non la dico oggi“, ha dichiarato a MOW, spiegando di aver taciuto anche in passato molte informazioni per non interferire con le indagini e di aspettarsi a breve un colpo di scena importante sul movente. Quanto all’ipotesi, rilanciata dal Fatto Quotidiano, che dietro quel nome si nasconda l’ex agente dei servizi Marco Mancini, Giletti la ritiene inattendibile: il livello di un uomo come Mancini, è il suo ragionamento, avrebbe poco a che spartire con la bassa manovalanza campana.
