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Hormuz, cosa cambia davvero con la riapertura? La situazione

La riapertura parziale dello Stretto di Hormuz ha temporaneamente abbassato i prezzi di petrolio e gas, ma le incertezze restano

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Gli effetti di Hormuz riaperto

Gli effetti di Hormuz riaperto | Photo by Jacques Descloitres, MODIS Land Rapid Response Team, NASA/GSFC - Alanews.it

Federico Liberi di Federico Liberi

Laureato in Psicologia e Processi Sociali, sono sempre stato affascinato dalla scrittura. Dal 2023 lavoro nel mondo del copywriting dove mi occupo, oltre che di viaggi, salute, attualità e molto altro, di due delle mie passioni più grandi: il calcio e il tennis.

Le petroliere hanno ripreso a navigare nello Stretto di Hormuz, anche se solo per un breve tratto di tempo. È bastata questa notizia — fragile, quasi provvisoria — per far scendere subito i prezzi di petrolio e gas in tutto il mondo. Dopo settimane di rincari che avevano stretto la morsa sui portafogli di consumatori e automobilisti, sembrava un primo segnale di sollievo. Ma non è così semplice. Dietro questa apparente tregua si nascondono ancora molte domande senza risposta: chi detiene davvero il controllo di questo passaggio strategico? E soprattutto, quando le forniture torneranno a scorrere regolari? La realtà è che la strada verso una vera normalità resta lunga, irta di incertezze.

Hormuz riaperto: cosa succede?

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha confermato che lo Stretto di Hormuz sarà aperto alle navi commerciali solo per il tempo del cessate il fuoco in Libano, almeno fino al 25 aprile. Non si tratta di una riapertura libera: ogni transito deve ricevere il via libera dai Guardiani della Rivoluzione iraniani, che controlleranno ogni movimento. Intanto, il blocco navale degli Stati Uniti resta in vigore, vietando l’ingresso e l’uscita dai porti iraniani. Il presidente Donald Trump ha ribadito che il divieto resterà fino a quando non si raggiungeranno accordi definitivi. Insomma, si tratta di un’apertura parziale, monitorata e con molte limitazioni.

Prezzi in discesa, ma per quanto?

Lo Stretto di Hormuz è una via strategica: da qui passa tra il 15 e il 20% del petrolio mondiale e circa il 20% del gas naturale liquefatto, fondamentale soprattutto per l’Italia e l’Europa, che importano molto dal Qatar. A marzo, il prezzo del Brent è sceso del 9-11%, oscillando tra 88,8 e 90 dollari al barile, mentre il Wti si è mosso tra 81,5 e 83,9 dollari. Le Borse europee hanno reagito bene e l’euro si è rafforzato sul dollaro, un fatto che aiuta a contenere i costi di carburante e inflazione. Anche il gas ha subito una flessione: alla borsa di Amsterdam il future ha perso il 9,5%, scendendo a 38,4 euro per megawattora, il livello più basso da fine febbraio. Il mercato vede in questo una possibile riduzione delle tensioni dal Medio Oriente.

Calo dei prezzi, ma l’effetto Hormuz sulle tasche si vede dopo

Il calo dei prezzi si riflette anche sui consumatori italiani, ma con un po’ di ritardo. La benzina si aggira intorno a 1,776 euro al litro, con punte di 1,810 euro sulle autostrade. Un giorno di prezzi più bassi non basta: servono tempi per far arrivare il greggio alle raffinerie, lavorarlo e distribuirlo. Le bollette, invece, mostrano qualche segnale positivo: l’indice del gas naturale per aprile è sceso tra 48 e 48,63 euro per megawattora rispetto a marzo. Ma l’Autorità per l’energia avverte: nel secondo trimestre 2026 la bolletta elettrica per chi è in maggior tutela aumenterà dell’8,1%, per via di incrementi già registrati sui mercati internazionali. Questo rallentamento nei prezzi è quindi importante per evitare aumenti ancora più pesanti in futuro, soprattutto per chi ha contratti legati ai listini energetici. Bankitalia avverte che se i prezzi restano alti a lungo, l’inflazione potrebbe salire fino al 4,5% nel 2026, per poi scendere lentamente negli anni successivi.

Normalizzazione lontana e rischio per i trasporti

Nonostante questo spiraglio, il ritorno a una situazione stabile nel passaggio dello Stretto di Hormuz è ancora lontano. L’Agenzia statunitense dell’energia prevede che le rotte torneranno ai livelli normali solo nella seconda metà del 2026. I ritardi nelle consegne verso porti importanti come Rotterdam continueranno a pesare sull’Europa, mentre restano dubbi sulla sicurezza delle rotte, eventuali pedaggi e la disponibilità delle compagnie di navigazione a riprendere i traffici come prima. Inoltre, il settore trasporti rischia problemi per la carenza di carburanti raffinati: la riduzione dell’attività nelle raffinerie globali sta limitando la disponibilità di jet fuel e gasolio.

L’Agenzia internazionale dell’energia stima che le scorte di cherosene bastino appena per sei settimane, situazione che ha già causato cancellazioni di voli in Asia e potrebbe presto colpire anche l’Europa. Willie Walsh, capo della Iata, ha lanciato l’allarme, chiedendo alle autorità di preparare piani coordinati per gestire eventuali razionamenti o modifiche sugli slot aeroportuali, per evitare disagi maggiori nel trasporto aereo.

Il quadro che emerge è quello di un mercato energetico ancora fragile, esposto a tensioni geopolitiche e problemi logistici. Nei prossimi mesi tutto dipenderà dalla forza degli accordi diplomatici e dalla capacità di far tornare regolari i flussi commerciali, elementi chiave per stabilizzare prezzi e garantire forniture sicure in Europa e nel mondo.

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