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Finanziamenti ad Hamas: negli atti spunta il nome dell’imam di Torino

Il nome di Mohamed Shahin emerge tra le carte dell’indagine su presunti fondi destinati ad Hamas. Mobilitazioni e polemiche a Torino sul rischio espulsione dell’imam

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Finanziamenti ad Hamas: c'è il nome dell'imam di Torino

L'imam di Torino, Mohamed Shahin | ANSA/TINO ROMANO - alanews

Federico Liberi di Federico Liberi

Laureato in Psicologia e Processi Sociali, sono sempre stato affascinato dalla scrittura. Dal 2023 lavoro nel mondo del copywriting dove mi occupo, oltre che di viaggi, salute, attualità e molto altro, di due delle mie passioni più grandi: il calcio e il tennis.

Emergono nuovi dettagli dall’inchiesta sui finanziamenti ad Hamas in Italia, che ha portato a sette arresti, numerose perquisizioni e sequestri per oltre sette milioni di euro. Al centro dell’indagine, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Genova, vi sono associazioni accusate di raccogliere fondi destinati al movimento palestinese Hamas, definito terroristico da numerosi Paesi. Tra i nomi citati negli atti spunta anche quello di Mohamed Shahin, imam di Torino, una figura di rilievo nel panorama delle comunità palestinesi in Italia, che si trova coinvolto nelle conversazioni e nelle operazioni di trasferimento di denaro ma non risulta formalmente indagato.

Finanziamenti ad Hamas: dettagli dell’inchiesta e ruolo delle associazioni

L’indagine, che ha portato a 17 perquisizioni in diverse città italiane tra cui Genova, Milano, Torino, Bologna e Firenze, ha permesso di scoprire una rete organizzata di raccolta e trasferimento di ingenti somme di denaro in contanti, destinate a sostenere Hamas nella Striscia di Gaza. Durante le perquisizioni sono stati sequestrati circa un milione e 80 mila euro, nascosti in diversi luoghi, tra cui un garage a Sassuolo. Sono stati inoltre trovati computer, dispositivi elettronici, opuscoli e una chiavetta USB con canti tradizionali islamici riferibili a Hamas.

Tra i principali arrestati figura Mohammed Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi d’Italia, ritenuto il fulcro dell’organizzazione in Italia. Le intercettazioni raccolte dagli inquirenti rivelano come gli arrestati fossero consapevoli che la maggior parte dei fondi sarebbero stati destinati alla “Mugawama”, ovvero alla resistenza armata di Hamas. In una delle conversazioni, Hannoun afferma: “Noi ci sacrifichiamo con i soldi e con il tempo, ma loro con il sangue”, sottolineando il legame diretto tra le donazioni raccolte e le azioni militari del gruppo palestinese.

Oltre a Hannoun, è stata perquisita anche la casa di Angela Lano, giornalista e orientalista torinese, indagata per concorso in associazione con finalità terroristica. Lano, direttrice dell’agenzia di stampa “Infopal” e nota attivista, è considerata dagli investigatori responsabile della propaganda di Hamas in Italia, con contatti quasi quotidiani con Hannoun e altri indagati. Durante la perquisizione nella sua abitazione a Sant’Ambrogio sono stati sequestrati denaro, dispositivi informatici e bandiere con simboli del movimento.

L’imam di Torino e i legami con la rete di finanziamenti

Tra gli elementi più rilevanti dell’inchiesta emerge il coinvolgimento di Mohamed Shahin, imam di Torino, figura di spicco della comunità islamica locale. Sebbene non risulti indagato, Shahin è citato nelle intercettazioni come interlocutore degli arrestati e come intermediario nel trasferimento di denaro raccolto per Hamas. In particolare, negli atti si legge che Shahin avrebbe parlato con alcuni arrestati e si sarebbe occupato di spostare fondi con un uomo accusato di raccogliere le donazioni a Torino per inviarle a Gaza.

Un altro indagato non arrestato a Torino è Mahmoud El Shobky, ritenuto referente per la raccolta fondi in Piemonte, nelle regioni adriatiche, in Sicilia e Sardegna. Le conversazioni telefoniche intercettate confermano la regolarità dei trasferimenti, spesso effettuati tramite mogli di connazionali, e la consapevolezza degli interlocutori circa la destinazione finale dei soldi.

Le comunità palestinesi in Italia, in una nota pubblicata oggi, hanno espresso “piena fiducia nella magistratura italiana” ma anche “profonda preoccupazione per quanto sta avvenendo, che rischia di assumere i contorni di un’azione repressiva nei confronti del movimento palestinese e della solidarietà con la Palestina”. Khader Tamimi, rappresentante della comunità lombarda, ha ribadito la necessità di “rispetto dei principi fondamentali dello Stato di diritto” e assicurazione di “trasparenza, imparzialità e piena tutela dei diritti di tutte le persone coinvolte”. Le comunità hanno confermato la propria determinazione a continuare la lotta contro l’occupazione israeliana, basandosi sulle risoluzioni ONU e sulla legalità internazionale.

Reazioni e contesto internazionale

L’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, ha espresso apprezzamento per l’azione della polizia italiana, sottolineando come lo smantellamento di questa rete di Hamas sia un passo importante nella lotta contro il terrorismo islamico. Su X), Peled ha affermato: “Dobbiamo combattere tutti insieme contro il fenomeno del terrorismo islamico” e ha citato analogie con quanto accaduto recentemente a Sydney.

La rete scoperta in Italia, secondo gli inquirenti, operava sotto la copertura di attività umanitarie e associazioni di solidarietà, raccogliendo fondi in contanti destinati a finanziare le attività militari e politiche di Hamas. Il caso ha suscitato un acceso dibattito sulla distinzione tra solidarietà politica e sostegno a organizzazioni considerate terroristiche, con implicazioni importanti per il controllo delle comunità migranti e le politiche di sicurezza nazionale.

L’inchiesta rimane aperta e saranno fondamentali le analisi dei dispositivi elettronici sequestrati per chiarire i ruoli e le responsabilità di tutti gli indagati, nonché i meccanismi di finanziamento e trasferimento dei fondi verso la Striscia di Gaza.

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