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Ex Ilva Genova, occupato lo stabilimento: “Mille posti a rischio, il governo intervenga”

Lavoratori in presidio permanente contro il rischio chiusura e licenziamenti, mentre sindacati e governo restano divisi sul futuro dell’acciaieria genovese

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Il corteo di protesta contro l'ex-Ilva di Genova

Il corteo di protesta contro l'ex-Ilva di Genova | ANSA/LUCA ZENNARO

Marco Viscomi di Marco Viscomi

Nato a Milano nel 1991, sono laureato in Lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano. Collaboro come giornalista con Sprint e Sport dal 2024 e Alanews dal 2025. Allenatore di calcio nel tempo libero, le mie più grandi passioni sono lo sport, il cinema, il gaming e la musica

Genova, 19 novembre 2025 – Una nuova giornata di tensione si è consumata allo stabilimento ex Ilva di Genova Cornigliano, dove i lavoratori hanno occupato l’impianto e bloccato la strada in un corteo che ha paralizzato il traffico lungo via Guido Rossa, giungendo fino alla piazza antistante la stazione ferroviaria di Genova Cornigliano. Qui è stato montato un gazebo per coordinare un presidio ad oltranza, in segno di protesta contro le decisioni governative che minacciano il futuro dello stabilimento e l’occupazione nel settore siderurgico.

Protesta e occupazione a Genova: oltre mille posti di lavoro a rischio

Il coordinatore della Rsu Fiom Cgil, Nicola Apicella, ha illustrato la gravità della situazione: “Il quadro è molto semplice: con l’annuncio del Governo di ieri, la produzione di acciaio a Taranto si è ridotta drasticamente e quel poco che si produce viene venduto interamente lì per far cassa“. Questo comporta che gli stabilimenti del Nord, a partire da Genova, “non avranno più produzione da lavorare e quindi chiuderanno, con la perdita di circa mille posti di lavoro solo a Genova“. I sindacati hanno quindi chiesto agli enti locali, al Comune di Genova e alla Regione Liguria, di sospendere ogni attività come segno di solidarietà e di attivarsi per trovare soluzioni concrete a tutela dei lavoratori.

La protesta è accompagnata da uno sciopero nazionale di quattro ore proclamato da Fim, Fiom e Uilm in tutti gli stabilimenti del gruppo Acciaierie d’Italia, che comprende anche gli impianti di Novi Ligure, Racconigi e Marghera. Armando Palombo, RSU e delegato Fiom dello stabilimento genovese, ha sottolineato che si rischia il raddoppio della cassa integrazione, con un possibile aumento da 190 a 400 lavoratori in cassaintegrazione solo a Genova, una prospettiva definita “un disastro“.

Vertice a Palazzo Chigi e tensioni sul futuro dello stabilimento ex-Ilva di Genova

Oggi a Roma si è svolto un incontro tra sindacati e governo presso Palazzo Chigi, presieduto dal sottosegretario Alfredo Mantovano, e con la partecipazione del ministro delle Imprese Adolfo Urso, della ministra del Lavoro Marina Calderone e del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. I sindacati hanno espresso forte preoccupazione per la mancanza di risposte chiare rispetto alla continuità produttiva e occupazionale degli impianti, ribadendo la necessità di un intervento deciso dello Stato per evitare la chiusura definitiva degli stabilimenti del Nord e la perdita massiccia di posti di lavoro.

Il confronto si è concluso con la sospensione dei colloqui, rinviati a lunedì 18 novembre, a seguito della mancata condivisione di un piano industriale concreto da parte del governo. Il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, ha evidenziato che “non sono state fornite garanzie su investimenti e tempi per il rilancio degli impianti“, mentre Michele De Palma, segretario della Fiom-Cgil, ha definito “un tradimento” il piano presentato dal ministro Urso, invitando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a prendere in mano la situazione.

Intanto, a Taranto, la protesta continua con l’occupazione della statale Appia da parte di decine di lavoratori, che chiedono trasparenza sulle criticità tecniche dell’Acciaieria 2, interessata da una fermata dovuta a problemi sul gasometro, e la garanzia della sicurezza ambientale e dei lavoratori.

L’attenzione è alta anche per il processo di decarbonizzazione avviato dal governo, che prevede una rapida riduzione delle emissioni con la chiusura progressiva delle batterie di cokefazione e l’introduzione di impianti a ciclo corto e forni elettrici, ma con un inevitabile impatto occupazionale che i sindacati definiscono come distruttivo se non supportato da un piano industriale solido e risorse certe.

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