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Freedom Flotilla, infermiere: “Trattati con brutalità e umiliati dalle forze israeliane”

Testimonianze dall’equipaggio italiano denunciano condizioni disumane dopo l’abbordaggio in acque internazionali: privazione di cure, violenze e umiliazioni nel centro di detenzione

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Marco Vesperini di Marco Vesperini

Mi chiamo Marco Vesperini, classe 1989, sono di Porto Sant’Elpidio, un paesino sulla costa marchigiana. Giornalista pubblicista, collaboro con Alanews dal 2023 e con ilfattoquotidiano.it dal 2016. Mi occupo principalmente di cronaca, politica e cultura

Roma, 19 ottobre 2025 – Il racconto drammatico di Stefano Argenio, infermiere romano tra gli italiani arrestati l’8 ottobre scorso durante l’abbordaggio della Freedom Flotilla da parte delle forze israeliane, getta nuova luce sulle condizioni vissute dai membri dell’equipaggio a bordo della nave Conscience. L’imbarcazione si era mossa in acque internazionali con l’obiettivo di portare aiuti umanitari a Gaza, ma è stata fermata con forza dall’Idf (Forze di Difesa Israeliane).

L’abbordaggio e le violenze subite

immagine

“Ci hanno legati, picchiati, insultati, umiliati, hanno tolto i medicinali a chi ne aveva bisogno e hanno picchiato una signora di 82 anni in un’ambulanza”, ha raccontato Argenio in un’intervista ad Alanews. L’azione israeliana è iniziata con la presenza di numerose imbarcazioni e due elicotteri che hanno circondato la Freedom Flotilla. Successivamente, soldati dell’IDF sono sbarcati sul ponte superiore della Conscience in modo “molto brutale”, equipaggiati con M16, M4, pistole, fucili a pompa, granate e taser, puntando le armi a “altezza uomo” durante i controlli.

Dopo l’arresto del capitano, l’equipaggio è stato trattenuto per circa tredici ore in una stanza dalle temperature insopportabili, prima di essere trasferito nel porto israeliano di Ashdod. Qui gli arrestati sono stati immobilizzati e trascinati con le mani legate dietro la schiena, subendo percosse se non riuscivano a mantenere la posizione imposta. “Volevano che ci ricordassimo il dolore”, ha aggiunto l’infermiere. Durante le procedure di controllo, Argenio denuncia anche “umiliazioni gratuite”, con agenti che si distraevano guardando partite di basket o facevano gesti affettuosi alle colleghe.

Condizioni disumane nel centro di detenzione

Nel centro di detenzione, le condizioni sono state definite “pessime” da Argenio. Le donne erano stipate in celle con oltre quindici persone, senza lenzuola né acqua potabile. Per due giorni gli internati hanno dovuto bere l’acqua dei bagni, dal sapore di metallo e candeggina. Secondo l’infermiere, il trattamento era finalizzato a “degradarci come esseri umani”. “Se questo è ciò che è accaduto a noi, europei e con il passaporto giusto, non voglio immaginare cosa succeda a chi non ha la pelle del colore giusto o la protezione dei riflettori mediatici”, ha concluso.

Questi fatti si inseriscono nel più ampio contesto delle tensioni legate al blocco navale su Gaza. La Freedom Flotilla, nata per sfidare questo blocco e portare aiuti umanitari, ha una storia travagliata, che risale all’incidente del 2010 con la Mavi Marmara, in cui nove attivisti furono uccisi durante un’operazione israeliana. Anche allora, le forze israeliane intervennero con forza in acque internazionali, suscitando condanne e tensioni diplomatiche internazionali.

La vicenda attuale riporta l’attenzione su un conflitto che coinvolge da anni la Striscia di Gaza, il blocco israeliano e le organizzazioni internazionali che tentano di portare assistenza alla popolazione palestinese. Le testimonianze dirette come quella di Stefano Argenio contribuiscono a documentare le difficoltà e le violenze che caratterizzano queste operazioni.

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