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Garlasco, 18 anni dalla morte di Chiara: la famiglia Poggi sceglie il silenzio

La messa in suffragio si terrà nel pomeriggio, alla presenza di mamma Rita Preda, papà Giuseppe e del fratello Marco, che hanno scelto di vivere la giornata lontano dai riflettori

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Chiara Poggi, la vittima del delitto di Garlasco

Chiara Poggi, la vittima del delitto di Garlasco | Immagine di dominio pubblico - alanews.it

Redazione di Redazione

Nessun anniversario “speciale” perché il dolore non conosce tempo. Oggi, come ogni anno dal 2007, la famiglia di Chiara Poggi si riunisce nella chiesa di Garlasco per ricordare la giovane uccisa 18 anni fa. La messa in suffragio si terrà nel pomeriggio, alla presenza di mamma Rita Preda, papà Giuseppe e del fratello Marco, che hanno scelto di vivere la giornata lontano dai riflettori: “Non vogliamo dire niente. Vogliamo solo trascorrere l’anniversario da soli e in silenzio”, hanno dichiarato all’Adnkronos.

L’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli, portò alla condanna a 16 anni di carcere, con rito abbreviato, del fidanzato dell’epoca Alberto Stasi. Oggi Stasi si trova in regime di semilibertà nel carcere di Bollate, ma la vicenda giudiziaria non si è mai completamente chiusa: negli ultimi mesi la Procura di Pavia ha riaperto le indagini, iscrivendo nuovamente nel registro degli indagati Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, per concorso in omicidio insieme a ignoti o allo stesso Stasi, che continua a proclamarsi innocente.

La pista della contaminazione del Dna

Uno degli elementi tornati al centro dell’attenzione riguarda un profilo genetico maschile rinvenuto su una garza non sterile usata per prelevare un campione biologico dalla bocca di Chiara Poggi, al fine di escluderla dalle tracce rilevate nella villetta. Secondo la Procura di Pavia, quel Dna apparterrebbe a un uomo deceduto prima della giovane e sarebbe finito lì per contaminazione, avvenuta durante l’autopsia nell’obitorio di Vigevano.

Il procuratore capo Fabio Napoleone ha spiegato che, ritenendo possibile una contaminazione con esami autoptici precedenti, sono stati disposti accertamenti specifici, affidati ai genetisti Carlo Previderè e Pierangela Grignani. I consulenti hanno ipotizzato che il contatto possa essere avvenuto tramite l’uso di una garza o di una pinza non sterile, selezionando per confronto preparati istologici di cinque uomini sottoposti ad autopsia poco prima di quella di Chiara.

L’omicidio di Chiara Poggi e gli errori iniziali

Chiara Poggi, 26 anni, laureata in Economia all’Università di Pavia e impiegata in uno studio milanese, fu trovata senza vita sulle scale che conducevano alla cantina di casa, mentre i genitori e il fratello erano in vacanza in Trentino. Era stata colpita con un oggetto contundente mai identificato, forse un martello o un attizzatoio da camino. A scoprire il corpo fu Stasi, che chiamò i soccorsi ma invece di attendere l’arrivo delle forze dell’ordine si recò in caserma.

Le prime ore successive all’omicidio furono segnate da errori nelle procedure: il gatto di Chiara venne lasciato libero di muoversi in casa, alcuni agenti non indossarono i guanti, non furono rilevate le impronte digitali della vittima e non venne pesato il corpo per stabilire con precisione l’ora della morte. Le scarpe di Stasi, che aveva dichiarato di aver camminato sul sangue, furono sequestrate solo due giorni dopo e risultarono pulite.

Stasi, dalle assoluzioni alla condanna definitiva

Una settimana dopo il delitto, Stasi fu indagato per omicidio volontario e arrestato il 24 settembre 2007, ma rilasciato pochi giorni dopo per insufficienza di prove. Nel 2009 fu assolto in primo grado con rito abbreviato grazie a una perizia informatica che sembrava confermare il suo alibi: al momento dell’omicidio stava scrivendo la tesi di laurea.

Nel 2011 la Procura tentò di far riaprire il caso con una nuova perizia che modificava l’orario della morte, ma senza successo: Stasi fu assolto anche in appello. Due anni dopo la Cassazione annullò la sentenza e dispose un nuovo processo, durante il quale emersero ulteriori prove, tra cui il Dna di un capello trovato sulla vittima. Nel 2014 Stasi venne condannato a 16 anni e la Cassazione confermò la sentenza, chiudendo il processo con una condanna definitiva.

Le prove contestate e i misteri irrisolti

Molti elementi dell’inchiesta sono stati oggetto di controversie: l’ora del delitto, l’alibi di Stasi, le scarpe, i pedali della bicicletta, il Dna sotto le unghie e il capello rinvenuto sul corpo. Per i giudici, Chiara aprì la porta a qualcuno che conosceva e fu aggredita da una persona arrivata in bicicletta. Tracce genetiche della vittima furono trovate su una delle bici di Stasi, e sue impronte digitali furono individuate su un dispenser di sapone in casa Poggi. L’assassino calzava scarpe di taglia 42, come Stasi, e il suo racconto fu giudicato incoerente e mendace.

Le richieste di revisione e il ruolo di Andrea Sempio

La difesa di Stasi ha più volte tentato di ottenere la revisione del processo, presentando anche una perizia che attribuiva a Sempio il Dna sotto le unghie di Chiara. L’inchiesta su di lui fu archiviata nel 2017 per mancanza di prove, ma il suo nome è riemerso nel 2025, quando la Procura lo ha indagato per concorso in omicidio.

Tra gli elementi al vaglio ci sono l’“impronta 33”, che per i pm sarebbe insanguinata e per altri esperti no, e il Dna non identificato, ribattezzato “Ignoto 3”, trovato su una garza nella bocca di Chiara. Per l’accusa potrebbe essere dell’assassino, per la difesa si tratta di contaminazione.

La morte di Chiara Poggi è ancora un mistero parzialmente irrisolto

A quasi due decenni dal delitto, restano irrisolti molti interrogativi: l’arma del delitto non è mai stata trovata, l’origine di alcune tracce biologiche è ancora dibattuta e le ferite sugli occhi di Chiara non hanno una spiegazione univoca. Nel tempo sono emerse anche piste alternative, come il presunto coinvolgimento di conoscenti e parenti, sempre respinto dagli interessati.

Tra verità giudiziarie e dubbi investigativi, il caso Poggi continua a riaccendere il dibattito ogni volta che emergono nuovi elementi, in bilico tra giustizia e mistero.

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