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Via libera definitivo della Camera al decreto ex Ilva, scontro politico su ambiente e lavoro

Il provvedimento, tra critiche e richieste di maggiori tutele ambientali e occupazionali, punta a garantire la continuità produttiva degli impianti siderurgici italiani

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In una combo una foto di archivio dello stabilimento ex Ilva e Claudio Salamida

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Marco Viscomi di Marco Viscomi

Nato a Milano nel 1991, sono laureato in Lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano. Collaboro come giornalista con Sprint e Sport dal 2024 e Alanews dal 2025. Allenatore di calcio nel tempo libero, le mie più grandi passioni sono lo sport, il cinema, il gaming e la musica

Roma, 20 gennaio 2026 – L’Assemblea della Camera dei Deputati ha dato il via libera definitivo al decreto-legge sull’ex Ilva, con 136 voti favorevoli, 96 contrari e 4 astenuti. Il provvedimento, che introduce misure urgenti per garantire la continuità operativa degli stabilimenti siderurgici, è ora legge dello Stato.

Il decreto ex Ilva: un intervento necessario ma contestato

Il decreto approvato oggi rappresenta il quinto intervento normativo del governo Meloni riguardante l’ex Ilva, la più grande acciaieria d’Europa e cuore produttivo di Acciaierie d’Italia S.p.A., società attiva nel settore siderurgico e in amministrazione straordinaria. L’azienda, con stabilimenti principali a Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi e Marghera, è al centro di un complesso scenario industriale e ambientale.

Nonostante la necessità di assicurare la continuità produttiva, il provvedimento è stato oggetto di duri critiche da parte di alcune forze politiche. Fabrizio Benzoni, vice capogruppo di Azione alla Camera, ha definito il decreto “l’ennesimo provvedimento vuoto“, sottolineando l’assenza di misure concrete per la ripartenza industriale, le bonifiche ambientali e il sostegno alle imprese dell’indotto. Benzoni ha anche ricordato la recente tragedia sul lavoro che ha colpito lo stabilimento di Taranto, con la morte dell’operaio Claudio Salamida, evidenziando le carenze nella messa in sicurezza del sito.

Anche il Movimento 5 Stelle ha manifestato forte dissenso, tramite la deputata Emma Pavanelli, che ha definito il decreto “un atto tampone, giuridicamente insostenibile e politicamente inaccettabile“. Il M5S ha denunciato come il provvedimento favorisca la continuità produttiva a discapito della salute dei lavoratori e dell’ambiente, ignorando le pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato l’Italia per la gestione del caso Ilva. La richiesta di un piano di riconversione sociale, industriale e ambientale per Taranto rimane al centro del dibattito.

Il contesto industriale e le sfide per Acciaierie d’Italia

L’ex Ilva, ora operante sotto la denominazione Acciaierie d’Italia S.p.A., ha una storia complessa che affonda le radici nel 1905. Nel corso dei decenni ha subito numerosi passaggi di proprietà e ristrutturazioni, fino all’attuale gestione in amministrazione straordinaria, con l’obiettivo di rilanciare la produzione siderurgica italiana e contenere gli impatti ambientali.

Nel 2024, il ministro delle imprese Adolfo Urso ha ufficialmente ammesso Acciaierie d’Italia alla procedura di amministrazione straordinaria, nominando Giancarlo Quaranta commissario straordinario con il fine di rilanciare il gruppo e adeguarne la produzione alle nuove tecnologie, puntando sulla sostenibilità. Tuttavia, l’attuale situazione politica e industriale appare complessa: fonti interne al governo descrivono una progressiva “rottura” tra il ministro Urso e le principali imprese industriali, con la crisi dell’Ilva che è diventata un dossier di primaria importanza a Palazzo Chigi, coinvolgendo direttamente la presidenza del Consiglio guidata da Giorgia Meloni.

Il futuro dell’acciaieria di Taranto, cuore del sistema produttivo di Acciaierie d’Italia, è ancora incerto: la proroga degli ammortizzatori sociali non appare una soluzione sufficiente per garantire stabilità occupazionale e ambientale. Crescono le preoccupazioni per l’indotto e per le famiglie coinvolte, con la necessità di un piano industriale e di riconversione che contempli anche la messa in sicurezza degli impianti e il rispetto dei diritti fondamentali.

In questo contesto, la pressione politica e sociale sulla gestione dell’ex Ilva rimane alta, mentre il decreto-legge appena approvato rappresenta un passo formale ma non definitivo verso la risoluzione delle criticità di uno dei complessi industriali più importanti e controversi d’Italia.

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