Nel momento in cui il Medio Oriente è attraversato da una nuova fase di instabilità militare e diplomatica, l’Iran torna al centro della scena globale. Le nuove proteste, conseguenza della persistente insoddisfazione popolare all’interno del Paese, riaprono una questione che accompagna Teheran dal 1979: può davvero esistere una trasformazione politica senza una nuova rivoluzione?
L’appello di Reza Pahlavi e la pressione esterna
Alcuni mesi fa, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo monarca iraniano, ha rivolto un messaggio diretto ai cittadini, invitandoli a rovesciare l’attuale classe dirigente della Repubblica Islamica attraverso proteste di piazza e scioperi generalizzati. In un intervento pubblicato su X, ha affermato che, mentre Israele colpisce strutture militari e nucleari in territorio iraniano, l’apparato repressivo del regime starebbe mostrando segni di disgregazione. A suo giudizio, una mobilitazione nazionale potrebbe essere sufficiente a porre fine definitivamente al sistema teocratico.
Alle sue parole si sono affiancate quelle del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha dichiarato agli iraniani di ritenere imminente il momento della loro liberazione. Netanyahu ha inoltre spiegato che il nome dell’operazione militare israeliana, “Rising Lion”, è ispirato a un passo biblico del Libro dei Numeri e richiama anche la simbologia dell’antico Iran, quando il leone e il sole campeggiavano sulla bandiera dello Stato imperiale rovesciato dalla rivoluzione del 1979.
L’Iran prima del 1979
La rivoluzione islamica del 1979 è considerata uno degli eventi geopolitici più rilevanti del XX secolo, capace di inaugurare un nuovo modello di islam politico e di trasformare l’Iran in una teocrazia conservatrice che governa tuttora il Paese. Prima di quella svolta, tuttavia, la società iraniana appariva molto diversa.
Per quasi quarant’anni, sotto lo scià Mohammad Reza Pahlavi, l’Iran aveva intrapreso un vasto processo di modernizzazione di stampo occidentale. L’economia e il sistema educativo avevano conosciuto una rapida espansione, accompagnata da un’apertura culturale che favorì una maggiore partecipazione femminile alla vita pubblica. Le donne avevano ottenuto il diritto di voto, erano entrate in Parlamento ed erano state incoraggiate a studiare e a lavorare, mentre il velo islamico era stato addirittura vietato negli anni Trenta e la polizia aveva l’ordine di rimuovere con la forza i copricapi tradizionali.

Negli anni Settanta, nelle università di Teheran, le studentesse frequentavano laboratori scientifici, le strade erano animate da giovani donne con abiti occidentali, minigonne, jeans e capelli scoperti. La società urbana mostrava una vitalità che conviveva però con il carattere autoritario del regime: il dissenso politico era represso e il sistema rimaneva fortemente accentrato.
This is how Iran looks just before Islamic revolution in 1979.
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La frattura che portò alla rivoluzione
Le riforme dello scià, pur accolte positivamente da ampi settori della popolazione urbana, risultarono per molti eccessive e destabilizzanti. Mentre le nuove generazioni si adattavano più facilmente al cambiamento, una parte significativa della società tradizionale viveva le trasformazioni come una perdita delle proprie radici. Da questo scontro nacquero movimenti che invocavano un ritorno ai valori religiosi.
In questo clima emerse la figura di Ruhollah Khomeini, esiliato a Parigi, che divenne il simbolo dell’opposizione al potere monarchico. Le proteste si intensificarono dopo le manifestazioni studentesche del gennaio 1978 e sfociarono, un anno più tardi, nel crollo del regime imperiale.
La svolta del 1979 e il nuovo ruolo delle donne
Con la vittoria della rivoluzione islamica, l’Iran conobbe trasformazioni profonde, soprattutto per quanto riguarda la condizione femminile. Nei primi anni Ottanta le nuove autorità imposero un codice di abbigliamento obbligatorio che richiedeva a tutte le donne, indipendentemente da religione o nazionalità, di indossare il velo.
Già l’8 marzo 1979, migliaia di donne scesero in piazza per protestare contro l’obbligo del hijab, ma il provvedimento rimase in vigore. Le immagini di quegli anni mostrano una società che, nel giro di pochi mesi, passò dalla libertà visiva degli anni Settanta a una rigida uniformità imposta dall’alto.
La vita quotidiana in Iran dopo la rivoluzione
Nonostante le restrizioni, la presenza delle donne nella società non scomparve. Al contrario, il numero di studentesse universitarie aumentò, anche perché le autorità convinsero molte famiglie conservatrici a permettere alle figlie di proseguire gli studi. Alcuni tentativi iniziali di limitare l’accesso femminile all’università furono abbandonati dopo forti proteste.
Nel tempo si è sviluppata una forma di resistenza quotidiana: il modo in cui le donne regolano il velo, l’abbigliamento sotto il chador, le feste private, i saloni di bellezza clandestini, gli incontri sociali che continuano a esistere dietro porte chiuse. Nei matrimoni e nelle feste private, le donne indossano abiti occidentali; nelle strade, spingono il foulard sempre più indietro come gesto di sfida silenziosa.
Le proteste del 2022 e il ritorno della sfida al regime
Il malcontento ha trovato nuova espressione nel 2022, dopo la morte di Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale. Per la prima volta, le proteste sono state guidate apertamente da donne e ragazze, molte delle quali senza velo, che hanno assunto un ruolo di avanguardia nel movimento contro il regime.
Il contrasto con il 1979 è evidente: se allora le piazze innalzavano i ritratti di Khomeini, oggi li strappano e li bruciano. Tuttavia, come osservano molti analisti, il movimento contemporaneo è privo di una leadership condivisa capace di guidare un cambiamento strutturale.
In Iran è possibile una rivoluzione senza leader?
Secondo diversi osservatori, il vero nodo rimane politico. Perché una rivoluzione abbia successo non basta opporsi a un sistema: occorre anche offrire un’alternativa riconosciuta. A differenza del 1979, oggi non esiste una figura capace di unificare le diverse anime del dissenso.
E mentre le pressioni esterne crescono, resta aperta la domanda che accompagna l’Iran da oltre quarant’anni: il prossimo cambiamento sarà il risultato di una nuova rivoluzione o di una lenta trasformazione dall’interno? La risposta, ancora una volta, sembra destinata a nascere dalle strade di Teheran.
Per approfondire: Iran, dalla Rivoluzione Islamica alle proteste di oggi: alba e tramonto del regime degli ayatollah





