“Non ci sto pensando”, ha tagliato corto Donald Trump, spegnendo sul nascere l’ipotesi che l’Italia possa prendere il posto dell’Iran ai prossimi Mondiali di calcio. Eppure, la questione ha varcato i confini sportivi, arrivando fino ai corridoi della Casa Bianca. Dietro a questa improbabile alternativa si nasconde un gioco politico ben più complesso, che va oltre il semplice calcio.
L’Italia al posto dell’Iran ai Mondiali? Trump spegne l’entusiasmo
Marco Rubio, parlando durante il secondo ciclo di colloqui tra gli ambasciatori di Israele e Libano, ha messo in chiaro un punto cruciale: “Il problema con l’Iran non sono gli atleti, ma alcune persone che vogliono portare con sé, legate ai Pasdaran ”. Il riferimento è a possibili tentativi di far entrare negli Stati Uniti individui con legami a gruppi considerati terroristi, camuffandoli da giornalisti o tecnici sportivi. Rubio ha sottolineato che agli atleti iraniani non è stato negato l’ingresso, ma “potremmo non far entrare queste altre persone”. La questione, insomma, non è solo sportiva, ma tocca temi delicati di sicurezza nazionale.
Trump taglia corto: “Non ci sto pensando”
Di fronte alle domande dei giornalisti sull’ipotesi che l’Italia possa prendere il posto dell’Iran ai Mondiali, Donald Trump ha risposto con noncuranza: “Non ci sto pensando più di tanto”. Rubio ha definito queste voci “semplici speculazioni”. Secondo il segretario di Stato, la decisione spetta unicamente all’Iran, che potrebbe anche decidere di non partecipare. Da parte americana, nessuna pressione né comunicazione ufficiale ha imposto a Teheran di rinunciare. In pratica, Washington non ha escluso formalmente la nazionale iraniana: la palla resta in mano loro.
Tra apertura agli atleti e chiusura alle infiltrazioni
La Casa Bianca, tramite Rubio, ha ribadito una linea chiara: sì agli atleti iraniani, no a chiunque abbia legami con i Pasdaran. È la distinzione fondamentale: permettere alla squadra di giocare, ma evitare che persone sospette, legate a organizzazioni militari o terroristiche come il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, mettano piede negli Stati Uniti. Questa posizione racconta di una gestione attenta, in equilibrio tra sport e sicurezza nazionale. In un clima di tensioni geopolitiche e timori per possibili infiltrazioni, ogni arrivo di una squadra straniera è molto più di un semplice evento sportivo.
La questione resta calda. Chi vedremo davvero ai Mondiali non è deciso. Tra smentite, dubbi e calcoli politici, Washington resta in allerta. Se l’Italia finirà per giocare al posto dell’Iran, sarà una scelta che passa soprattutto per motivi politici, più che per il calcio.






