Il sistema penitenziario minorile rischia di riproporre le stesse esclusioni e gli stessi conflitti che hanno segnato la vita di molti ragazzi, senza offrire risposte adeguate alle loro difficoltà. È la denuncia di Sergio D’Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino, che critica l’idea di aumentare i posti detentivi per affrontare la devianza giovanile. Secondo l’associazione, la strada da seguire dovrebbe essere quella dell’ascolto, della fiducia e degli investimenti in comunità di accoglienza e scuole, anziché un ulteriore ricorso al carcere.
La funzione rieducativa della pena e le contraddizioni del sistema
“Il fine costituzionale delle pene, che devono tendere alla rieducazione, è fallito nelle carceri per adulti. Ritenere che possa funzionare per i nostri ragazzi e nelle carceri minorili è da analfabeti costituzionali”, afferma D’Elia. Il segretario di Nessuno tocchi Caino richiama le esperienze maturate durante le visite agli istituti penali minorili, che a suo giudizio evidenziano le contraddizioni di un sistema incapace di rispondere pienamente alle esigenze dei giovani detenuti. Il rischio, sottolinea, è quello di riprodurre all’interno delle strutture le stesse dinamiche di esclusione e conflittualità da cui molti ragazzi provengono.
A Treviso mancano le brande, a Roma le rivalità tra bande
Le condizioni riscontrate negli istituti visitati vengono indicate da D’Elia come un esempio concreto delle difficoltà del sistema. A Treviso, racconta, alcuni ragazzi erano costretti a dormire su materassi sistemati direttamente sul pavimento, perché non c’erano abbastanza brande. A Casal del Marmo, a Roma, invece, la disposizione dei padiglioni contrapposti sembra riflettere le rivalità e i conflitti tra bande che caratterizzano alcuni quartieri periferici della capitale.
Di fronte a queste situazioni, il segretario dell’associazione solleva interrogativi sull’ipotesi di aumentare la capienza degli istituti minorili, già in difficoltà nel garantire il rispetto delle norme. “Di fronte a queste condizioni, come si pensa di aumentare la capienza degli istituti, già oggi in difficoltà nel garantire il rispetto delle norme, e con quale personale?”, domanda.
Per i ragazzi servono ascolto, fiducia e relazioni autentiche
Per D’Elia, affrontare la devianza minorile attraverso rapporti di forza non rappresenta una soluzione. I giovani hanno bisogno, sostiene, di relazioni umane autentiche, di qualcuno che sappia ascoltarli, costruire un rapporto di fiducia e garantire una presenza concreta.
La risposta non dovrebbe quindi concentrarsi sull’aumento dei posti nelle carceri, ma su un investimento reale nelle comunità di accoglienza e nelle scuole. L’obiettivo è offrire ai ragazzi strumenti e opportunità per affrontare le difficoltà, evitando che le strutture detentive diventino una riproduzione delle condizioni di marginalità già vissute.
“Non serve un esercito di militari, ma un esercito di maestri”, afferma il segretario di Nessuno tocchi Caino, indicando nell’educazione e nella presenza di figure capaci di accompagnare i giovani una strada alternativa alla detenzione.
“I ragazzi non hanno bisogno di essere sotterrati dalla società”
Nella conclusione del suo intervento, D’Elia ribadisce la necessità di guardare ai minori come persone da sostenere, anziché come soggetti da allontanare dalla società. “I ragazzi – conclude – non hanno bisogno di essere sotterrati dalla società, ma di qualcuno che li guardi, li ascolti e tenda loro una mano”.
