Le scuole di specializzazione in Italia hanno lasciato vacanti 193 posti sui 646 disponibili in chirurgia generale nel 2026: circa il 30% del totale. Tra i primi mille classificati al concorso nazionale per le specializzazioni mediche, soltanto nove hanno scelto questa disciplina. Il numero dei posti scoperti è diminuito rispetto al 37,8% dell’anno precedente, ma il ricambio negli ospedali resta a rischio.
Ludovico Docimo, presidente della Società italiana di chirurgia (Sic), ha denunciato la situazione durante il 128° Congresso nazionale aperto a Roma. Secondo le stime della società scientifica, il sistema sanitario pubblico potrebbe perdere circa 1.500 chirurghi entro il 2030, lasciando alcune aree del Paese senza un numero sufficiente di specialisti per garantire gli interventi.
Le specializzazioni senza candidati e le condizioni di lavoro
La difficoltà di attrarre i giovani medici verso la chirurgia generale emerge dalle assegnazioni nelle singole università. All’Aquila non è stato assegnato alcun contratto; a Udine e Genova quasi nove posti su dieci sono rimasti scoperti. A Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia le assegnazioni non hanno superato il 20%.
Docimo ha indicato tra le ragioni della scarsa attrattività i turni particolarmente pesanti, le retribuzioni giudicate inadeguate e la crescente esposizione al contenzioso medico-legale. Quest’ultimo, secondo i dati riportati dalla Sic, sarebbe aumentato del 150% negli ultimi dieci anni.
Alle condizioni di lavoro si aggiungono le aggressioni al personale sanitario e le difficoltà di accesso alle tecnologie più avanzate, soprattutto nella chirurgia robotica. Questi fattori spingono una parte dei giovani specialisti verso il settore privato oppure al trasferimento all’estero.
Il ricambio negli ospedali e il rischio per gli interventi
Oltre la metà dei chirurghi generali italiani impiegati negli ospedali ha più di sessant’anni, secondo i dati Eurostat citati dalla Sic. La quota è del 32% in Spagna e del 44% in Francia e Germania.
Dei 6.500 chirurghi attualmente in servizio negli ospedali, circa 2.800 potrebbero lasciare entro il 2030. I nuovi specialisti disponibili per il sistema pubblico sarebbero invece meno di 1.300. La società scientifica prevede una riduzione del personale del 20% nei prossimi cinque anni, a fronte di una crescita del 12% della domanda di prestazioni chirurgiche.
Il rischio stimato riguarda un intervento di chirurgia generale su dieci, sui circa 650mila eseguiti ogni anno in Italia: potrebbe diventare difficile garantirlo. Per i pazienti le conseguenze potrebbero essere liste d’attesa più lunghe e spostamenti sempre maggiori per raggiungere gli ospedali, soprattutto nelle regioni del Sud.
I fondi per le specializzazioni e la responsabilità professionale
Il ministro della Salute Orazio Schillaci, intervenuto al Congresso, ha ricordato lo stanziamento di 120 milioni di euro all’anno per le specializzazioni meno attrattive. Ha richiamato anche il progetto di riforma della responsabilità professionale, ancora all’esame del Parlamento.
Tra gli obiettivi della riforma figura il rafforzamento dello scudo penale, per limitare la punibilità dei medici ai casi di colpa grave, tenendo conto del rispetto delle linee guida e delle buone pratiche cliniche.
