Il 28 settembre 2026, alle 9.30 del mattino, è iniziata davanti alla Corte d’Assise di Roma l’udienza in cui è attesa la sentenza di primo grado per il sequestro e l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato morto nove giorni dopo. A più di dieci anni dalla sua morte, i giudici sono chiamati a pronunciarsi sulla responsabilità dei quattro agenti dei servizi di sicurezza egiziani imputati nel processo.
I genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, sono arrivati in aula questa mattina, accompagnati dall’avvocata Alessandra Ballerini. Con loro diverse persone indossavano spille e braccialetti gialli con la scritta “Verità e giustizia per Giulio Regeni“, diventata negli anni il simbolo della mobilitazione intorno al caso.
Gli imputati nel caso Regeni
I quattro imputati, invece, non sono presenti in aula. Si tratta del generale Tariq Sabir, dei colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi e del generale Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, tutti appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani. Sono accusati di sequestro di persona pluriaggravato, mentre Sharif deve rispondere anche di lesioni personali aggravate e omicidio aggravato, in concorso con persone rimaste non identificate.
Per Sharif la Procura di Roma ha chiesto l’ergastolo, mentre per gli altri tre imputati la richiesta è di 17 anni e sei mesi di reclusione ciascuno. Nessuno di loro ha mai partecipato al procedimento: sono formalmente irreperibili perché le autorità egiziane non hanno fornito all’Italia gli indirizzi necessari per notificare gli atti processuali.
Perché il processo si celebra senza gli imputati
Proprio l’assenza dei quattro agenti egiziani ha rappresentato per anni uno dei principali ostacoli al processo. Il primo procedimento era iniziato nell’ottobre del 2021, ma era stato sospeso perché non era possibile dimostrare che gli imputati fossero a conoscenza delle accuse e del processo aperto nei loro confronti.
La svolta è arrivata nel 2023, quando la Corte costituzionale ha stabilito che il rifiuto di collaborazione da parte di uno Stato straniero non può impedire lo svolgimento di un processo per reati di tortura. La decisione ha permesso di superare lo stallo e il dibattimento è ripreso davanti alla Corte d’Assise di Roma nel febbraio del 2024.
Da allora sono stati ascoltati testimoni e acquisiti gli elementi raccolti durante anni di indagini. Secondo la ricostruzione della Procura di Roma, Regeni sarebbe finito sotto il controllo dei servizi di sicurezza egiziani mentre svolgeva la propria ricerca sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti al Cairo.
La ricerca in Egitto, il sequestro e le torture
Giulio Regeni aveva 28 anni ed era dottorando all’Università di Cambridge. Si trovava in Egitto per una ricerca sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti quando è scomparso al Cairo.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, il ricercatore è stato sequestrato e privato della libertà per nove giorni, dal 25 gennaio al 2 febbraio. Il corpo è stato ritrovato il 3 febbraio lungo la strada che collega il Cairo ad Alessandria. L’autopsia italiana ha documentato le conseguenze delle torture. Durante la requisitoria, la Procura ha ricordato che la Tac effettuata in Italia ha evidenziato venti fratture, contro l’unica inizialmente individuata dai medici legali egiziani. Per l’accusa, la morte non è stata provocata dalla semplice somma delle lesioni, ma da un atto finale volontario.
La versione dell’Egitto nel caso Regeni
Le autorità egiziane hanno avanzato negli anni diverse ipotesi: un incidente stradale, un delitto legato alla vita privata del ricercatore e la responsabilità di una presunta banda criminale, i cui componenti sono stati uccisi dalla polizia egiziana. La Procura italiana ha invece ricostruito il coinvolgimento degli apparati di sicurezza.
Un ruolo importante nelle indagini ha avuto Mohammed Abdallah, rappresentante del sindacato dei venditori ambulanti contattato da Regeni per la ricerca. Abdallah ha filmato alcuni incontri con il ricercatore per conto degli apparati di sicurezza, contribuendo a documentare l’interesse dei servizi nei suoi confronti.
La ricerca di Regeni si inseriva infatti in un contesto sensibile per il governo egiziano: i sindacati indipendenti erano osservati con sospetto dai servizi di sicurezza anche per il ruolo avuto dalle mobilitazioni dei lavoratori negli anni precedenti e durante la stagione di proteste culminata nel 2011.
