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Processo Regeni, la Procura: “Fu privato della condizione umana”

Il pm Colaiocco accusa gli apparati egiziani e demolisce i depistaggi sulla pista inglese

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10 anni fa la scomparsa di Giulio Regeni

10 anni fa la scomparsa di Giulio Regeni | ANSA/ANGELO CARCONI - alanews

Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

A dieci anni dal tragico ritrovamento del corpo del giovane ricercatore friulano al Cairo, il processo a carico di quattro membri dei servizi di sicurezza egiziani è giunto al momento della verità. Nell’aula di tribunale a Roma, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha aperto la sua requisitoria con parole durissime, ridefinendo i confini di un delitto che ha scosso la comunità internazionale: quello di Giulio Regeni. Al centro del dibattimento non vi è la semplice soppressione di una vita, ma l’esercizio metodico, freddo e organizzato della violenza su un uomo inerme, orchestrato da apparati statali. Per la magistratura italiana, la vicenda di Giulio Regeni rappresenta un drammatico scontro tra il diritto e la pura brutalità istituzionale.

L’arbitrio dello Stato e la cancellazione dei diritti umani

Nel ricostruire i fatti del 25 gennaio 2016, l’accusa ha descritto l’ingresso del ricercatore italiano in una vera e propria zona d’ombra in cui la legge ha cessato di esistere. Secondo la Procura, da quel momento Giulio Regeni è stato privato della sua stessa condizione di essere umano titolare di diritti, trasformandosi in un corpo sequestrato da piegare attraverso la tortura, utilizzata come mero strumento di dominio.

Il pm Colaiocco ha sottolineato la gravità del fatto che a compiere questi atti non siano stati criminali comuni, bensì uomini dello Stato appartenenti agli apparati di sicurezza. Quando la forza pubblica, nata per garantire la sicurezza dei cittadini, si converte in uno strumento di oppressione e tortura, a essere colpita è l’idea stessa di civiltà giuridica. Il processo ha così messo a nudo la drammatica realtà di uno spazio in cui il potere ha assunto la forma dell’arbitrio puro, calpestando il principio solenne secondo cui anche lo Stato deve essere sempre subordinato alla legge.

Un processo contro il silenzio, i depistaggi e le menzogne

La requisitoria ha ripercorso le enormi difficoltà incontrate nel corso degli anni per ricostruire la verità sulla morte del giovane ricercatore. Quello celebrato a Roma è stato definito un processo contro il silenzio di chi non voleva parlare, contro l’assenza di collaborazione istituzionale e contro le ricostruzioni artificiose. Secondo l’ordine naturale delle cose, l’accertamento dei fatti avrebbe dovuto aver luogo in Egitto, ma le autorità del Cairo hanno opposto un sistema sistematico di ostacoli, opacità e resistenze.

La Procura ha evidenziato come, senza la ferma determinazione della magistratura italiana, questo dibattimento non si sarebbe mai celebrato in nessun luogo e la morte di Giulio Regeni sarebbe stata inevitabilmente consegnata all’oblio. La giurisdizione italiana si è quindi assunta la piena responsabilità storica e giuridica di dimostrare che la tortura e l’omicidio non possono trovare riparo dietro i confini geopolitici, ricordando come anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, abbia più volte ribadito che la ricerca della verità non può piegarsi a compromessi o a ragioni di Stato.

L’assoluta inconsistenza della pista inglese: Regeni non era una spia

L’ultimo capitolo della requisitoria ha affrontato e demolito definitivamente i tentativi di depistaggio volti a infangare la figura del ricercatore friulano. Il procuratore Colaiocco ha tratto una conclusione netta sulla cosiddetta pista inglese, confermando che ogni elemento riguardante i legami di Giulio con il Regno Unito è stato sviscerato, verificato e approfondito in ogni direzione possibile senza produrre alcun riscontro utile.

L’accusa ha chiarito in modo definitivo che i rapporti scientifici tra il giovane e la sua coordinatrice a Cambridge, la professoressa Maha Abdelrahman, rientravano esclusivamente nell’alveo della normale attività accademica. Le presunte relazioni della docente con la Fratellanza Musulmana o con l’intelligence britannica sono rimaste sul piano della mera illazione. Il pm ha ribadito con assoluta fermezza che Giulio Regeni non era una spia e che non è emerso alcun elemento che possa far ipotizzare un legame tra il giovane ricercatore e i servizi segreti di Sua Maestà, ripulendo il campo dalle ombre artificiali create per nascondere i veri colpevoli.

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