Il governo impugna la legge dell’Emilia-Romagna sul fine vita e riaccende lo scontro politico sul suicidio medicalmente assistito. Il Consiglio dei ministri ha deciso di portare davanti alla Corte costituzionale la norma regionale approvata lo scorso luglio, ritenendo che intervenga su materie che rientrano nelle competenze dello Stato. Immediata la reazione delle opposizioni, con Riccardo Magi di Più Europa e Francesco Boccia del Pd che tornano a chiedere al Parlamento di intervenire con una legge nazionale.
La decisione riguarda la legge regionale numero 10 del 28 luglio 2026, dedicata alle modalità organizzative per l’attuazione delle sentenze della Corte costituzionale 242 del 2019 e 135 del 2024 sul suicidio medicalmente assistito. Il ricorso alla Consulta è stato deliberato ai sensi dell’articolo 127 della Costituzione.
Perché il governo ha impugnato la legge dell’Emilia-Romagna
Secondo quanto riferito da fonti di Palazzo Chigi, il Consiglio dei ministri ha rilevato che la legge avrebbe “violato una serie di profili di competenza esclusiva dello Stato”, affidando alla disciplina regionale la definizione di alcuni requisiti e, secondo il governo, eludendo così i vincoli stabiliti dalla Corte costituzionale.
L’esecutivo ritiene che la normativa sia in contrasto con gli articoli 2, 32 e 117 della Costituzione. In particolare vengono richiamate le competenze statali in materia di ordinamento civile e penale e quelle relative alla tutela della salute.
La legge dell’Emilia-Romagna è stata approvata per definire un percorso organizzativo regionale per le richieste di suicidio medicalmente assistito, sulla base dei requisiti individuati negli anni dalla Consulta.
La sentenza 242 del 2019, pronunciata sul caso Cappato-Dj Fabo, ha individuato alcune circostanze nelle quali non è punibile chi agevola il proposito di suicidio di una persona. La successiva sentenza 135 del 2024 è tornata sul perimetro di quelle condizioni.
Magi: “Un governo centralizzatore e moralizzatore”
La decisione del Cdm ha provocato la dura reazione del segretario di Più Europa Riccardo Magi, che parla di una “vigliaccata” e accusa l’esecutivo di ostacolare le autonomie regionali.
“Alla faccia delle Regioni, che nella loro autonomia stabiliscono modi e tempi di un diritto riconosciuto dalla Corte Costituzionale, alla faccia del federalismo della Lega, alla faccia dei malati”, ha dichiarato Magi.
Secondo il segretario di Più Europa, mentre governo e maggioranza non riescono ad arrivare a una disciplina nazionale, vengono ostacolate le amministrazioni che provano a intervenire sul territorio. Magi definisce quello guidato da Giorgia Meloni “un governo centralizzatore e moralizzatore” e contesta quella che considera una compressione dell’autonomia regionale.
Il tema delle competenze è da tempo uno dei nodi del confronto sul fine vita. A settembre anche il Veneto, Regione guidata dal centrodestra, ha approvato una propria legge sul suicidio medicalmente assistito, diventando la quarta Regione a farlo dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Anche in quell’occasione era tornata al centro del dibattito la richiesta di una disciplina nazionale.
Boccia: “Il governo lasci legiferare il Parlamento”
Critiche arrivano anche dal presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia, che chiede al governo di lasciare spazio al Parlamento. “Non siamo certo fautori del fatto che ogni Regione abbia una propria legge sul fine vita. Ma di fronte all’immobilismo dell’esecutivo le Regioni non possono stare ferme”, sostiene.
Per Boccia la soluzione dovrebbe arrivare da una legge nazionale, lasciando deputati e senatori liberi di esprimersi sul tema senza vincoli di maggioranza. Il capogruppo dem al Senato chiede quindi che il fine vita venga calendarizzato in Aula e che il confronto parlamentare possa arrivare a un voto.
“Su una materia che tocca il confine più fragile dell’esistenza non servono ordini di scuderia. Servono coscienza, umanità e responsabilità”, afferma Boccia, secondo il quale un diritto universale dovrebbe essere garantito dal Servizio sanitario nazionale e non dipendere dalle disponibilità economiche dei singoli.
Una posizione che il presidente dei senatori dem aveva espresso anche nelle scorse settimane, sostenendo che, in assenza di una normativa statale, Regioni, tribunali e aziende sanitarie si trovano a dover affrontare richieste sul fine vita senza una cornice nazionale uniforme.
Con l’impugnazione decisa dal Consiglio dei ministri, la legge dell’Emilia-Romagna passa ora al vaglio della Corte costituzionale, chiamata a stabilire se la Regione sia rimasta entro il perimetro delle proprie competenze o abbia disciplinato aspetti riservati allo Stato.
