Identificare le persone con una maggiore probabilità di progressione verso la demenza è una delle grandi sfide della neurologia, alla vigilia della Giornata mondiale dell’Alzheimer, che ricorre domani. Il professor Paolo Maria Rossini, dell’Irccs San Raffaele di Roma, ha fatto il punto sulle conoscenze disponibili a centoventi anni dalla prima descrizione della malattia. “Siamo davvero entrati in una fase nuova, anche se è fondamentale non creare false illusioni”, ha spiegato il neurologo.
Le dimensioni del problema emergono dal rapporto The Prevalence of Dementia in Europe 2025 di Alzheimer Europe: in Italia si stimano oggi circa 1,43 milioni di persone con demenza, 946 mila donne e 491 mila uomini. Circa la metà dei casi viene ricondotta all’Alzheimer. Con l’invecchiamento della popolazione, le proiezioni indicano circa 2,2 milioni di persone con demenza entro il 2050, un aumento di oltre il 50% rispetto ai livelli attuali.
Il prelievo di sangue e i limiti dei Rossini biomarcatori sangue Alzheimer
Le modificazioni biologiche caratteristiche della malattia possono essere presenti prima di un quadro clinico conclamato. Tra gli strumenti più studiati ci sono i biomarcatori plasmatici, rilevabili attraverso un prelievo di sangue. L’attenzione si concentra in particolare sulla p-tau217, una proteina associata ai processi patologici dell’Alzheimer. Gli studi pubblicati nel 2026 hanno mostrato risultati molto promettenti e la possibilità di identificare le alterazioni biologiche in anticipo rispetto alla manifestazione clinica.
Questi strumenti si stanno avvicinando rapidamente alla pratica clinica quotidiana e, secondo Rossini, possono rendere l’indagine della patologia biologica molto più accessibile rispetto al passato. “Il vantaggio potenziale è evidente”, ha osservato il neurologo: “Rispetto alla Pet cerebrale o all’analisi del liquor ottenuto mediante puntura lombare il prelievo di sangue è più semplice, meno invasivo e costoso e più facilmente ripetibile”.
Il limite riguarda la prognosi individuale. “Nessuno dei biomarcatori attualmente disponibili, inclusi quelli plasmatici, è in grado di prevedere con accuratezza totale se il soggetto portatore svilupperà o meno il quadro clinico di demenza”, ha precisato Rossini. Un risultato positivo, dunque, non equivale necessariamente al futuro sviluppo della demenza.
Il progetto Interceptor e i farmaci sui meccanismi biologici
Il progetto Interceptor, finanziato da Aifa e ministero della Salute e sviluppato attraverso una rete nazionale di centri di ricerca, affronta il problema della stima del rischio. Lo studio ha integrato le informazioni cliniche, neuropsicologiche, genetiche, neurofisiologiche, quelle ottenute dalle immagini del cervello e i biomarcatori. L’obiettivo, ha spiegato Rossini, è costruire modelli capaci di valutare il rischio di progressione dal Disturbo Cognitivo Lieve alla demenza.
La ricerca sulla previsione si accompagna a un cambiamento sul fronte terapeutico. “Per la prima volta disponiamo di farmaci progettati per intervenire su uno dei meccanismi biologici della malattia e non soltanto sui suoi sintomi. È un vero cambio di paradigma rispetto agli ultimi decenni”, ha osservato il professore.
I benefici clinici osservati sono tuttavia ancora relativamente contenuti. L’arrivo di terapie più mirate rende più importante distinguere chi presenta realmente la patologia biologica, chi rischia maggiormente di progredire e chi potrebbe beneficiare di un determinato trattamento.
