Il centrodestra si prepara a intervenire sul divieto di burqa e di altri indumenti che rendono difficile identificare una persona, con particolare riferimento alle scuole. L’ipotesi, annunciata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, era già stata anticipata nelle scorse settimane dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara e si inserisce in un percorso avviato con diverse iniziative parlamentari.
Burqa a scuola, la proposta della Lega sulla legge Reale
Un intervento sulla normativa è previsto da una proposta di legge presentata dalla Lega al Senato lo scorso marzo. Il testo punta a modificare l’articolo 5 della legge 22 maggio 1975, numero 152, che vieta l’utilizzo nei luoghi pubblici o aperti al pubblico di indumenti o altri oggetti che impediscano il riconoscimento della persona.
Si tratta della cosiddetta legge Reale, dal nome di Oronzo Reale, esponente del Pri e ministro della Giustizia durante il governo Moro. La norma era stata introdotta nel contesto degli Anni di piombo e vietava, senza un giustificato motivo, «l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona» nei luoghi pubblici o aperti al pubblico.
Il superamento del riferimento al “giustificato motivo”
La proposta della Lega nasce dalla volontà di rendere più precisa l’applicazione del divieto. Il testo elimina infatti il riferimento al «giustificato motivo» e individua esplicitamente alcune situazioni nelle quali la norma non sarebbe applicabile.
Resterebbero escluse le manifestazioni sportive, i luoghi di culto e i casi in cui coprire il volto sia necessario per tutelare la salute propria o quella di altre persone. L’eccezione riguarderebbe inoltre l’utilizzo del casco previsto dalle norme sulla sicurezza stradale e lo svolgimento di attività artistiche o di intrattenimento.
La nuova ipotesi di reato
Il disegno di legge della Lega prevede anche l’introduzione di una nuova fattispecie penale: la costrizione all’occultamento del volto. Per chi costringesse un’altra persona a coprirsi il viso sarebbe prevista una pena da uno a due anni di carcere, oltre a una multa compresa tra 10mila e 30mila euro. La condanna costituirebbe inoltre una causa ostativa alla concessione della cittadinanza.
La risoluzione dei vannacciani approvata alla Camera
Un altro passaggio risale alla fine di luglio, quando la commissione Cultura della Camera ha approvato una risoluzione presentata da Rossano Sasso di Futuro nazionale. Il testo aveva ottenuto anche i voti del centrodestra dopo una riformulazione richiesta dal governo.
La risoluzione impegna l’esecutivo ad adottare «iniziative, anche di carattere normativo» per garantire il rispetto del divieto di utilizzare indumenti che non consentano di riconoscere una persona. L’obiettivo indicato nel documento comprende anche il contrasto all’indottrinamento ideologico, politico e religioso nelle scuole e la prevenzione di «fenomeni di marginalità sociale e separatismo religioso» ritenuti potenzialmente in grado di condizionare lo sviluppo dei giovani.
Valditara aveva già annunciato una stretta sul burqa
All’inizio di agosto era stato poi Valditara a rilanciare il tema, ipotizzando l’inserimento del divieto di burqa attraverso un emendamento al disegno di legge sulla sicurezza. Il ministro aveva motivato l’intervento con la necessità di riaffermare «i valori di dignità della donna e di eguaglianza fra uomo e donna». Nelle ipotesi considerate dal governo era emersa anche la possibilità di revocare il permesso di soggiorno a chi, per ritorsione, avesse deciso di non mandare le proprie figlie a scuola.
La stretta sul burqa attesa in Consiglio dei ministri
Le diverse iniziative hanno quindi preceduto l’annuncio della presidente del Consiglio. Meloni ha confermato l’intenzione di intervenire sul divieto di burqa nelle scuole e ora la stretta è attesa al vaglio del Consiglio dei ministri. L’eventuale intervento del governo si inserirebbe dunque in un percorso già avviato tra proposte parlamentari, la risoluzione approvata dalla commissione Cultura e le ipotesi avanzate dal ministro dell’Istruzione.
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