È arrivato il decreto di citazione in giudizio per le tre persone che, secondo quanto riferito dal giornalista Alessandro Sahebi, sarebbero responsabili dell’aggressione subita a Roma nell’ottobre dello scorso anno. Tra loro, secondo la ricostruzione della Procura riportata da Sahebi, ci sarebbe anche Luca Marsella, indicato come portavoce nazionale di CasaPound. La notizia è stata resa pubblica dallo stesso giornalista attraverso un post su Instagram.
L’aggressione mentre era con la compagna e il figlio
I fatti risalgono al 24 ottobre 2025, quando Sahebi stava passeggiando a Roma insieme alla compagna e al figlio di sei mesi. Il giornalista sostiene di essere stato aggredito da tre persone dopo aver indossato una felpa antifascista.
Secondo quanto raccontato da Sahebi, uno degli aggressori avrebbe anche minacciato la sua compagna mentre teneva il bambino in braccio. La ricostruzione riportata dalla stampa riferisce inoltre che il giornalista sarebbe stato colpito al volto e invitato a togliersi la felpa.
«La Procura avrebbe individuato i responsabili»
Sahebi ha spiegato che, a distanza di quasi un anno dall’episodio, le indagini avrebbero portato all’identificazione dei tre presunti responsabili. «Il più coraggioso dei tre», ha scritto il giornalista riferendosi alla persona che avrebbe minacciato la compagna con il bambino in braccio, sarebbe Marsella.
Per tutti e tre è ora arrivato il decreto di citazione in giudizio. Secondo quanto riportato da la Repubblica, l’accusa nei loro confronti è di concorso in lesioni.
Sahebi: «La questione ha radici politiche»
Nel suo intervento, il giornalista ha collegato l’aggressione a una matrice politica. Sahebi ha però precisato di non ritenere che la sede romana di CasaPound debba essere sgomberata semplicemente perché occupata abusivamente.
Secondo la sua posizione, infatti, a Roma esistono altre occupazioni che garantiscono un tetto a persone in difficoltà e, a suo giudizio, anche le famiglie che vivono nello stabile di CasaPound non dovrebbero essere lasciate per strada.
La richiesta sulla sede di CasaPound
Sahebi sostiene invece che la sede romana dell’organizzazione dovrebbe essere chiusa per ragioni legate alla sua attività politica. Nel suo post l’ha definita un «avamposto quasi militare» di un organismo politico che, secondo la sua ricostruzione, avrebbe nella violenza il principale strumento di azione. Il giornalista ha quindi distinto la questione dello sgombero per motivi di abusivismo da quella che considera una conseguenza dell’attività politica del movimento.
«Il mio è un caso fortunato»
Sahebi ha infine sottolineato di considerarsi fortunato per aver potuto documentare almeno in parte quanto accaduto e per la successiva attenzione ricevuta dalla vicenda. «Il mio è un caso fortunato, perché ho fatto un video in primis ma anche perché ha avuto eco», ha scritto.
Secondo il giornalista, però, episodi di questo tipo sarebbero diventati una presenza sempre più abituale in alcune zone della capitale. «Chi abita a Roma, e soprattutto chi abita in quel quartiere, sa quanto il loro modo di agire stia diventando una vergognosa normalità», ha concluso.
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