Una nuova chiamata alle armi non è nei piani del Cremlino, ha dichiarato ieri il portavoce Dmitry Peskov, nel pieno delle elezioni in Russia. La smentita riguarda le voci su una mobilitazione dopo la chiusura delle urne. Il voto rinnova i 450 parlamentari della Duma e l’affluenza nel primo dei tre giorni è stata del 25 per cento, in linea con il recente passato.
Da Mosca a San Pietroburgo, però, le preoccupazioni riguardano soprattutto ciò che potrebbe accadere dopo le elezioni. L’esercito ha bisogno di uomini e le ripetute rassicurazioni delle autorità non hanno fermato le discussioni su una possibile nuova chiamata.
Le smentite del Cremlino e le partenze verso la Georgia
Dmitry Medvedev è stato tra i più assidui nel negare la necessità di una mobilitazione. L’ex presidente, oggi tra le voci più radicali a sostegno di Putin, ha ripetuto giovedì scorso una posizione già espressa altre quattro volte nell’ultimo mese. Anche altri esponenti russi hanno escluso questa possibilità.
Vladimir Putin ha definito le voci «frottole grossolane» il primo settembre. Due giorni dopo ha ribadito che «non esiste oggi uno scenario che richieda una misura del genere». Nella sua ultima dichiarazione è comparsa anche la precisazione «per ora», che non ha dissipato le preoccupazioni.
Il precedente richiamato da questa successione di smentite è quello del febbraio 2022, prima dell’invasione dell’Ucraina. L’attenzione si concentra così sulla chiusura delle urne e sui giorni successivi: l’ipotesi di una mobilitazione russa, parziale o generale, resta non confermata, e le paure possono anche essere legate al prolungarsi della guerra.
Le discussioni continuano nonostante le rassicurazioni ufficiali. Alla fine di agosto si è registrato un picco di cittadini russi passati oltre il confine con la Georgia: almeno 113 mila persone non sono rientrate al termine delle vacanze. I media ufficiali russi non affrontano il tema, mentre sui siti indipendenti si moltiplicano le ipotesi e le preoccupazioni.
Il fabbisogno di soldati e il precedente del 2022
La mobilitazione del settembre 2022 ha lasciato conseguenze profonde nella società russa. Centinaia di migliaia di persone sono state mandate al fronte; almeno ventimila famiglie hanno perso i propri cari, secondo le stime basate sui registri locali. La chiamata ha accentuato la frattura tra le grandi città, in larga parte risparmiate, e il resto del Paese.
Quell’esperienza ha alimentato un malcontento che, a quattro anni dalla decisione, resta vivo. Quasi nessuno vuole ripeterla, salvo i sostenitori più accaniti della guerra, che non sono pochi. Anche il Cremlino vorrebbe evitare di riviverla: una nuova mobilitazione prima delle elezioni non era considerata plausibile, mentre il periodo successivo resta incerto.
L’esercito russo ha però bisogno di rinforzi. Il flusso dei volontari attratti da salari molto elevati si è ormai esaurito, anche per le attuali difficoltà economiche. Gran parte delle voci su una nuova chiamata arriva da Kiev, e Volodymyr Zelensky ne evoca continuamente la possibilità.
Il capo dell’intelligence ucraina, Oleg Ivashchenko, ha dichiarato in una recente intervista che, secondo le sue fonti, il comando russo avrebbe chiesto a Putin 800 mila nuovi soldati dopo il voto per la Duma. Un’altra indicazione arriva da una fonte moscovita citata dal Financial Times, che ha quantificato in quattrocentomila unità il fabbisogno dell’esercito per il 2026. Si tratta di indicazioni distinte, non dell’annuncio di una decisione sulla mobilitazione.
I segnali nelle regioni e gli scenari di Pavel Luzin
I numeri non sono l’unico elemento al centro delle discussioni. I rastrellamenti di uomini avvenuti quest’estate a Penza e in altre regioni sono stati interpretati da molti osservatori come una prova per un’imminente mobilitazione «periferica». È una lettura di quegli episodi, non la conferma di un piano già deciso dalle autorità russe.
Anche l’esercitazione svolta in agosto nell’enclave di Kaliningrad ha suscitato sospetti. Le attività simulavano le procedure da applicare in caso di mobilitazione, aggiungendo un elemento alle ipotesi sul possibile rafforzamento delle truppe.
L’esperto di politica della difesa Pavel Luzin individua tre scenari ipotetici, tutti con conseguenze per la società russa. Il primo prevede l’invio in guerra dei coscritti e un aumento del numero delle leve. Il secondo consiste in una mobilitazione parziale limitata, con uomini rastrellati nelle province più remote. Il terzo è una mobilitazione generale, dalle conseguenze socioeconomiche imprevedibili.
Rimane anche la possibilità che nessuna di queste ipotesi si realizzi. Le voci provenienti dall’Ucraina e le interpretazioni degli osservatori non equivalgono a un provvedimento russo: la posizione ufficiale ribadita ieri da Peskov è che non esiste alcun piano di mobilitazione contemplato dal Cremlino.
