Lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto potrebbe scattare già oggi, mercoledì 16 settembre. La prospettiva prende corpo dopo la conferma, da parte dei giudici milanesi, del fermo entro la fine di ottobre. Per rispettare quella scadenza, l’arresto progressivo di altoforni e cokerie va avviato con anticipo.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha richiamato nei giorni scorsi i limiti d’azione dell’esecutivo: «Lavoriamo con decisioni che non dipendono da noi», ha assicurato, spiegando che il governo sta continuando a fare il possibile. Sul fronte industriale, la cessione resta legata alla possibile offerta della cordata italiana, attesa nelle prime settimane di ottobre e riferita soltanto all’area a freddo. Secondo Sky TG24, l’esecutivo ha ribadito la disponibilità a sostenere i soggetti interessati all’acquisizione; un eventuale coinvolgimento diretto dello Stato potrà essere valutato solo quando le offerte saranno formalmente presentate.
Ex Ilva Taranto spegnimento, decreto per l’indotto e confronto a Palazzo Chigi
A Palazzo Chigi si è aperto il quarto tavolo dell’anno tra governo e sindacati metalmeccanici sulla vertenza di Taranto, convocato per definire le tutele prima del passaggio in Consiglio dei ministri del pomeriggio. L’esecutivo sta ancora limando il testo e, prima di inserirlo nel decreto, punta a condividere con le organizzazioni sindacali la griglia delle misure e le opzioni finali. Al tempo stesso, la priorità indicata è contenere gli effetti immediati sulla filiera locale.
Le ipotesi più avanzate riguardano la cassa integrazione, strumenti di accompagnamento e iniziative per creare nuovi posti di lavoro a Taranto. L’idea è di attivare leve straordinarie per mettere in sicurezza i lavoratori dell’indotto più esposti. In parallelo, si ragiona su come modulare gli ammortizzatori in funzione dei tempi tecnici dello spegnimento.
Una riunione preparatoria si è tenuta ieri sera, sempre a Palazzo Chigi, con il dossier siderurgico in primo piano. Al tavolo erano presenti il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il ministro delle Imprese Adolfo Urso, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto, la ministra del Lavoro Marina Calderone, il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti e i tecnici. Da qui la scelta di convocare oggi anche le sigle sindacali, così da sfruttare al massimo le ore utili a definire gli interventi prima dell’approdo in Cdm.
I sindacati chiedono il blocco dei licenziamenti
Le sigle Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno chiesto di bloccare nuovamente i licenziamenti. Erano disponibili a incontrare l’esecutivo già ieri, per la ventesima volta dal 23 ottobre 2023: un confronto continuo che, per i sindacati, deve tradursi ora in scelte concrete sulle garanzie per chi lavora negli appalti e nell’indotto.
Per la Fiom, la via maestra resta una società a controllo pubblico. «I lavoratori sono mobilitati per il blocco dei licenziamenti», ha affermato il segretario generale Michele De Palma prima di entrare a Palazzo Chigi. E ha aggiunto: «Noi pensiamo che, nella situazione in cui siamo, l’unica proposta praticabile sia quella di una società pubblica che dia continuità alla decarbonizzazione e alla garanzia della produzione e dell’occupazione». Ha poi sottolineato che «il ritardo ha generato una situazione complessa» e che «ora il punto è come si salvaguardano le lavoratrici e i lavoratori e la decarbonizzazione». Obiettivo che, nelle parole di De Palma, deve tenere insieme «produzione e occupazione», per evitare «il rischio di fermare la produzione di acciaio del nostro Paese».
Per il segretario generale della Uilm, Davide Sperti, «la priorità assoluta» resta il «blocco dei licenziamenti ai lavoratori degli appalti, che sono i più esposti da quattordici anni a questa vergognosa vicenda». La richiesta include un pacchetto di tutele aggiuntive: «Poi vogliamo trovare risposte su quello che abbiamo chiesto come soluzioni straordinarie di carattere salariale, senz’altro, ma sociale e occupazionale, anche attraverso strumenti di risarcimento nei confronti di tutti i lavoratori».
