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Usa, prima espulsione dal tribunale antiterrorismo: il caso della donna accusata di aver radicalizzato la famiglia

La donna afghana è accusata di aver aiutato il figlio e il genero a preparare un attentato nel 2024 e avrebbe rinunciato al ricorso

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Usa, prima espulsione decisa dal tribunale antiterrorismo- donna accusata di sostenere l’ISIS

Todd Blanche Outside Manhattan Criminal Courthouse (cropped) | Wikimedia commons

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

Per la prima volta nei suoi 30 anni di storia, l’Alien Terrorist Removal Court (ATRC), il tribunale federale speciale istituito negli Stati Uniti per gestire le espulsioni di stranieri accusati di terrorismo, è stato utilizzato per portare a termine un’espulsione. La decisione riguarda Nazira Haji Zada, 47enne afghana e residente permanente legale negli Stati Uniti, indicata dal dipartimento di Giustizia come sostenitrice dell’ISIS e accusata di aver appoggiato un piano elaborato da alcuni membri della sua famiglia per compiere un attentato nel giorno delle elezioni presidenziali del 2024.

Usa, l’ordine di espulsione per Nazira Haji Zada

L’ordine di espulsione era stato firmato il 20 agosto dalla giudice Joan N. Ericksen, ma è stato reso pubblico soltanto venerdì 11 settembre, dopo l’allontanamento della donna dagli Stati Uniti. Secondo il dipartimento di Giustizia, Haji Zada, assistita dai suoi avvocati, ha accettato nell’ambito della procedura la qualificazione giuridica di “alien terrorist” e ha rinunciato a impugnare l’ordine di espulsione. La donna non era invece stata incriminata penalmente per il complotto.

Le prove segrete e la contestazione costituzionale

Il Congresso ha istituito l’Alien Terrorist Removal Court nel 1996, attraverso l’Antiterrorism and Effective Death Penalty Act. L’obiettivo era creare una procedura speciale per espellere persone accusate di terrorismo nei casi in cui il ricorso alle normali procedure migratorie potesse comportare la divulgazione di informazioni classificate e mettere a rischio la sicurezza nazionale. Il tribunale è composto da cinque giudici distrettuali federali, già appartenenti alla magistratura prevista dall’Articolo III della Costituzione e nominati all’ATRC dal presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti.

La caratteristica più controversa riguarda però proprio le prove. La legge permette al governo di presentare al giudice informazioni classificate in camera ed ex parte, quindi senza renderle pubbliche e senza consentire alla persona sottoposta al procedimento di conoscerle integralmente. Nel caso di Haji Zada, il dipartimento di Giustizia ha confermato di aver utilizzato informazioni classificate per sostenere la richiesta di espulsione. Allo stesso tempo, afferma di aver consegnato alla donna e ai suoi due difensori circa mezzo terabyte di documenti a sostegno del caso.

Proprio queste regole erano finite al centro della contestazione della difesa. L’avvocato Matthew Farley aveva sostenuto che il meccanismo dell’ATRC violasse le garanzie costituzionali del giusto processo, chiedendo inizialmente alla giudice di archiviare il procedimento e liberare Haji Zada, ma la richiesta era stata respinta.

Todd Blanche: “Questo caso è una vittoria”

La rinuncia della donna a contestare l’espulsione ha però impedito, almeno per ora, che quelle questioni arrivassero a una decisione definitiva. Il primo utilizzo dell’ATRC si è quindi concluso senza quel lungo contenzioso costituzionale che diversi giuristi avevano ipotizzato fin dalla riattivazione del tribunale.

Il procuratore generale Todd Blanche ha dichiarato: “Questo caso storico, che ha portato alla rapida espulsione di questa persona verso il suo Paese d’origine, è una vittoria per la sicurezza nazionale e lo stato di diritto. Chi sostiene e giustifica il terrorismo non dovrebbe vivere negli Stati Uniti, e questo primo caso davanti all’ATRC dimostra come il dipartimento utilizzerà ogni strumento a sua disposizione per proteggere il nostro Paese”.

Le accuse alla famiglia e il piano contro le elezioni

Il procedimento contro Haji Zada è legato al complotto terroristico che, secondo le autorità statunitensi, avrebbe dovuto culminare in un attacco di massa nel giorno delle elezioni del 5 novembre 2024. Il piano venne sventato prima che potesse essere realizzato.

Il figlio della donna, Abdullah Haji Zada, che aveva 17 anni al momento dell’arresto, si è dichiarato colpevole di aver ricevuto e tentato di procurarsi armi e munizioni destinate a un crimine di terrorismo. Nel novembre 2025 è stato condannato alla pena massima prevista, 15 anni di carcere. Al termine della pena sarà espulso in Afghanistan.

Il genero Nasir Ahmad Tawhedi, 28 anni, si è invece dichiarato colpevole nel giugno 2025 di due reati legati al terrorismo, tra cui il tentativo di fornire sostegno materiale all’ISIS. È ancora in attesa della sentenza. Secondo gli atti giudiziari, Tawhedi e Abdullah avevano acquistato da un agente dell’FBI sotto copertura due fucili in stile AK-47 e 500 proiettili, che avrebbero dovuto utilizzare nell’attacco.

Zada accusata di aver radicalizzato tutta la famiglia

Nei documenti pubblici presentati contro Nazira Haji Zada, il dipartimento di Giustizia ha sostenuto che la donna avesse lavorato insieme al genero per radicalizzare i membri della famiglia e trasmettere ai figli l’ideologia dell’ISIS. Secondo le autorità, avrebbe inoltre partecipato ai preparativi che precedevano il progetto terroristico: nel 2024 la famiglia iniziò a vendere diversi beni e Haji Zada firmò un contratto per la vendita dell’abitazione. Poco prima delle elezioni furono inoltre acquistati biglietti di sola andata per Kabul destinati ad alcuni membri della famiglia, compresa la donna e alcuni figli minorenni, ma non ad Abdullah e Tawhedi, che sarebbero rimasti negli Stati Uniti.

Il direttore dell’FBI Kash Patel ha definito l’espulsione “un passo storico e di vitale importanza” nella lotta al terrorismo, affermando che “una persona che ha sostenuto il piano di familiari simpatizzanti dell’ISIS per compiere un attentato negli Stati Uniti ne ha pagato il prezzo”.

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