L’attività produttiva dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto dovrà essere interrotta entro ottobre, alla scadenza dei 90 giorni fissati dal decreto del 27 luglio. La prima Corte d’Appello civile di Milano, presieduta da Lorenzo Orsenigo, ha respinto venerdì mattina la richiesta di sospensiva presentata da Ilva spa e Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria. La fermata resterà necessaria finché non sarà “rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti” e non saranno adottate “le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza”.
Le società hanno già impugnato il provvedimento in Cassazione, che difficilmente deciderà prima della scadenza. Nell’attesa chiedevano di sospenderne gli effetti, prospettando un danno economico irreparabile: lo spegnimento degli altiforni equivarrebbe di fatto alla chiusura dell’ex Ilva di Taranto.
Il rischio sanitario e le carenze dell’autorizzazione ambientale
La Corte ha riconosciuto l’esistenza del pericolo economico per le ricorrenti, ma lo ha confrontato con un rischio altrettanto irreparabile per la controparte: quello per la salute dei cittadini tarantini. Il decreto resta quindi efficace.
Il provvedimento delle giudici della Sezione specializzata in materia d’impresa Marianna Galioto, Rossella Milone e Cristina Ravera aveva accolto parzialmente l’azione di 11 cittadini dell’associazione Genitori Tarantini, assistiti dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano. Le magistrate avevano rilevato come “nel corso del tempo l’incremento dei casi di morte e ospedalizzazione nell’area prossima allo stabilimento, rispetto a zone anche poco distanti”, stesse “a dimostrare che il rispetto dei valori limite di emissione non è sufficiente a scongiurare i rischi per la salute”.
Da qui la parziale disapplicazione dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) 2025, che “non contiene alcuna prescrizione in tema di rimozione dell’amianto”, alla base del tumore maligno alla pleura quattro volte superiore alla media nella popolazione di Taranto. L’autorizzazione è inoltre “priva di adeguate tutele sulle polveri PM10 e PM2,5 nello scenario produttivo a 6 milioni di tonnellate annue”.
Le offerte per lo stabilimento e i licenziamenti congelati
La decisione sull’Ilva di Taranto riguarda anche il futuro industriale dello stabilimento e le possibili offerte attese dal governo. Gli interessi già manifestati hanno perimetri diversi: una cordata di 15 imprese siderurgiche italiane, coordinate da Federacciai, ha espresso interesse per l’impianto, escludendo però l’area a caldo. L’offerta vincolante presentata dagli indiani di Jindal comprendeva invece sia l’area a freddo sia quella a caldo.
Gli americani di Flacks Group e il gruppo ceco CE Industries hanno dichiarato il proprio interesse. Rimane da verificare se questo si tradurrà in offerte concrete e a quali condizioni. La conferma della fermata interviene dunque su prospettive di acquisizione che non prevedono tutte lo stesso assetto produttivo.
I 2.500 licenziamenti collettivi comunicati dopo il decreto giudiziario di fine luglio sono stati congelati giorni fa. A comunicarli erano state 28 aziende associate, collegate al siderurgico attraverso gli appalti e l’indotto: il provvedimento occupazionale riguarda quindi le imprese che lavorano attorno allo stabilimento.
