Il Senato dà il via libera alle preferenze nella riforma della legge elettorale. L’Aula di Palazzo Madama ha approvato l’emendamento unitario della maggioranza che permette agli elettori di scegliere fino a tre candidati, mantenendo però i capilista bloccati. Una modifica rivendicata direttamente dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che attribuisce al centrodestra e in particolare a Fratelli d’Italia il ritorno di un meccanismo assente dalle elezioni politiche dal 1993.
Il voto è arrivato al termine di una giornata segnata dal confronto nella maggioranza e dalla sfida lanciata dalle opposizioni sulle cosiddette “preferenze pure”, che avrebbero eliminato anche i capilista scelti dai partiti.
Legge elettorale, il Senato approva le preferenze
L’emendamento della maggioranza è stato approvato con 97 voti favorevoli, 67 contrari e due astenuti. Tutte le proposte delle opposizioni sono state respinte, fatta eccezione per una modifica tecnica approvata all’unanimità.
Il sistema prevede un capolista bloccato, che sarà quindi eletto senza necessità di raccogliere preferenze, seguito sulla scheda da sei candidati tra i quali l’elettore potrà scegliere.
Sarà possibile indicare fino a tre preferenze, segnando una croce accanto ai nomi. Il meccanismo prevede inoltre l’alternanza di genere a partire dal primo candidato successivo al capolista. Se non viene rispettata, le preferenze successive vengono annullate nell’ordine previsto dalla lista.
Meloni: “Le preferenze tornano su proposta di FdI”
A rivendicare la modifica è stata direttamente Giorgia Meloni. Poco prima del voto definitivo sull’emendamento, la premier è intervenuta sui social ricordando che le preferenze per eleggere il Parlamento mancavano dal 1993.
“Oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle, su proposta di Fratelli d’Italia”, ha affermato Meloni.
La presidente del Consiglio ha poi replicato alle critiche arrivate dalle opposizioni, secondo le quali la modifica non sarebbe sufficiente proprio per la permanenza dei capilista bloccati. Meloni ha accusato la sinistra di non essere credibile sul tema, ricordando che soltanto un mese prima aveva contribuito, secondo la sua ricostruzione, alla bocciatura della proposta sulle preferenze.
Per la premier, dunque, la distinzione non sarebbe tra chi vuole più o meno preferenze, ma tra chi le ha riportate nella legge elettorale e chi non lo ha fatto.
Capilista bloccati, bocciata la proposta delle opposizioni
È proprio il mantenimento dei capilista bloccati ad aver alimentato uno degli scontri più significativi durante l’esame del provvedimento.
Le opposizioni avevano proposto di estendere le preferenze a tutti i candidati, eliminando quindi la possibilità per i partiti di scegliere direttamente il primo nome della lista. Il sub-emendamento a prima firma del senatore Pd Dario Parrini è stato però bocciato dall’Aula con 68 voti favorevoli e 99 contrari.
Sulla proposta il governo aveva deciso di rimettersi all’Aula. Dopo la bocciatura, dai banchi delle opposizioni si sono levate proteste e grida di “vergogna”.
Le tensioni nella maggioranza sulle “preferenze pure”
La proposta aveva aperto un confronto anche all’interno del centrodestra. Fratelli d’Italia aveva infatti valutato con attenzione gli emendamenti delle opposizioni che prevedevano preferenze per tutti gli eletti, una posizione considerata coerente con una storica battaglia del partito di Meloni.
L’ipotesi aveva però incontrato la contrarietà degli alleati. Da Forza Italia era arrivato l’avvertimento che una modifica di questo tipo avrebbe potuto far saltare l’accordo sulla legge elettorale.
Alla fine FdI ha scelto di sostenere il compromesso raggiunto dalla maggioranza, mantenendo il capolista bloccato e introducendo le preferenze per gli altri candidati.
L’appello di Vannacci a Fratelli d’Italia
A intervenire nel confronto era stato anche Roberto Vannacci, che aveva invitato pubblicamente Fratelli d’Italia a votare insieme alle opposizioni per eliminare i capilista bloccati.
Il fondatore di Futuro Nazionale aveva definito quelle previste dalla maggioranza “preferenze meticce”, sostenendo che mantenere una parte dei candidati bloccati rappresentasse una presa in giro per gli elettori.
Vannacci aveva quindi richiamato FdI alla coerenza con le proprie precedenti posizioni, ricordando il sostegno espresso alla Camera a una proposta analoga presentata dalla sua formazione. L’appello non ha però modificato l’esito del voto.
Salta la quota di genere 60-40 per i capilista
La modifica approvata dal Senato interviene anche sulle regole relative alla rappresentanza di genere.
Con il nuovo meccanismo non viene riproposta per i capilista la regola del 60-40 prevista dal Rosatellum, che pone un limite alla prevalenza di uno dei due generi. Il capolista resta inoltre escluso dal sistema di alternanza previsto per le preferenze.
Il principio di alternanza di genere si applica infatti soltanto ai candidati collocati sotto il primo nome bloccato. È uno degli aspetti più delicati della nuova disciplina e destinati ad alimentare il confronto politico durante il successivo passaggio parlamentare.
Come funzioneranno le tre preferenze
Per l’elettore il cambiamento sarà quindi sostanziale. Sulla scheda comparirà il capolista bloccato, scelto dal partito, e sotto di lui sei candidati sui quali sarà possibile esprimere le proprie preferenze.
L’elettore potrà scegliere uno, due oppure fino a tre nomi. Nel caso di preferenze multiple dovrà essere rispettato il meccanismo dell’alternanza di genere previsto dalla nuova disciplina.
Non si tratta quindi di preferenze integrali: una parte della scelta dei parlamentari rimarrà nelle mani dei partiti attraverso l’indicazione del capolista, mentre per gli altri candidati tornerà determinante il consenso ottenuto direttamente dagli elettori.
La riforma della legge elettorale prosegue al Senato
Quello sulle preferenze rappresenta uno dei cambiamenti più rilevanti introdotti durante il passaggio della riforma a Palazzo Madama.
L’impianto generale della nuova legge resta quello di un sistema a prevalente base proporzionale, con un premio di 70 deputati e 35 senatori alla lista o coalizione che raggiunga almeno il 42% dei voti validi in entrambe le Camere. Se la soglia non viene raggiunta, è prevista la distribuzione proporzionale dei seggi.
Dopo la conclusione dell’esame al Senato, il provvedimento dovrà tornare alla Camera, perché Palazzo Madama ha modificato il testo approvato in precedenza da Montecitorio.
