A quasi un anno dalla morte di Cinzia Pinna, Emanuele Ragnedda torna a ribadire la propria versione dei fatti. L’imprenditore, reo confesso dell’omicidio della 33enne di Castelsardo, ha scritto dal carcere di Bancali, a Sassari, dove è detenuto dopo l’arresto seguito al ritrovamento del corpo della donna. Attraverso una lettera affidata ai suoi legali Gabriele Satta e Luca Montella, sostiene di aver agito per difendersi da un’aggressione.
La lettera di Ragnedda dal carcere di Bancali
Ragnedda ha scelto di intervenire per contestare le ricostruzioni della vicenda che, a suo dire, sarebbero state costruite sulla base di informazioni parziali. Nella lettera parla di una “narrativa basata su informazioni parziali, sommarie e spesso del tutto false”, sostenendo che questa ricostruzione avrebbe contribuito a compromettere anche alcuni suoi rapporti personali, familiari e sociali. L’imprenditore spiega di aver finora evitato di intervenire pubblicamente per rispetto del dolore provocato dalla vicenda. Ora, però, afferma di sentire il dovere di raccontare nuovamente ciò che sostiene di aver vissuto.
Ragnedda: “Mi sono dovuto difendere da un’aggressione”
Nella sua ricostruzione, Ragnedda afferma di essersi trovato “nella peggiore delle condizioni umane”, costretto a reagire a quella che descrive come un’aggressione violenta, immotivata e ingestibile. Secondo quanto sostiene nella lettera, la sua sarebbe stata una reazione dettata dall’istinto di sopravvivenza e avrebbe avuto, nelle sue parole, un esito “tanto tragico quanto involontario”. Si tratta della stessa versione dei fatti che l’imprenditore aveva già riferito agli investigatori.
La confessione dopo dodici giorni
Ragnedda racconta inoltre di aver trascorso i giorni successivi all’omicidio in uno stato di incredulità e angoscia, fino a trovare la forza di rivolgersi alle autorità e affidarsi alla giustizia. Nella lettera afferma di essersi assunto la responsabilità di quello che definisce un “gesto disperato”, compiuto, secondo la sua versione, in circostanze ingestibili. L’uomo riconosce però che il tempo trascorso tra l’omicidio e la confessione ha provocato ulteriore sofferenza ai familiari di Cinzia Pinna. Per quei dodici giorni, scrive, oggi chiede loro perdono.
Il ritrovamento del corpo di Cinzia Pinna
Cinzia Pinna, 33 anni, originaria di Castelsardo, era stata uccisa con tre colpi di pistola al volto nella notte del 12 settembre 2025. Il suo corpo era stato poi nascosto nei pressi di un albero all’interno della tenuta vitivinicola di Concaentosa. Il ritrovamento del cadavere aveva portato all’arresto di Ragnedda, che successivamente aveva confessato l’omicidio. Ora l’imprenditore si prepara ad affrontare le prossime fasi del procedimento giudiziario.
La fiducia nel processo
Nella parte conclusiva della lettera, Ragnedda afferma di voler affrontare il processo con “totale fiducia” negli elementi che, secondo la sua difesa, potranno dimostrare la sua versione: di essere stato aggredito e di aver reagito per difendersi. L’imprenditore sostiene inoltre che la tragedia “si sarebbe potuta e dovuta evitare”, ribadendo così la propria ricostruzione dei fatti e lasciando al procedimento giudiziario il compito di accertare dinamica e responsabilità.
Per approfondire: Gallura, femminicidio di Cinzia Pinna: pm chiede archiviazione per la compagna dell’indagato
