L’Italia e altri Paesi hanno visto salire i prezzi di benzina, gasolio e gas dopo sei mesi di guerra all’Iran, con riflessi diretti sulle bollette e sui bilanci pubblici e privati. La benzina in autostrada ha raggiunto livelli record per il periodo: ieri 3 settembre il prezzo medio era di 2,124 euro al litro, in aumento di 14 centesimi al litro, come hanno riportato Fausta Chiesa e Andrea Ducci. Per il diesel resta attivo il taglio delle accise di 17 centesimi Iva inclusa — misura che scade tra pochi giorni, salvo rinnovo — senza il quale il prezzo medio salirebbe a 2,316 euro, superando il record del 17 marzo 2022 di 2,229 euro.
L’impatto della guerra in Iran sui prezzi in Italia e sul costo della vita
La crescita dei prezzi energetici in Italia ha già un conto misurabile. Secondo la Confederazione nazionale dell’artigianato (Cna), tra il 1 marzo e il 31 agosto il conflitto è costato al Paese quasi 14 miliardi di euro: circa 11,6 miliardi per maggiori spese di cittadini e imprese su carburanti, energia elettrica e gas rispetto ai livelli precedenti alla crisi, più 2,3 miliardi di interventi pubblici destinati a ridurre le accise, offrire crediti d’imposta e mitigare il caro vita. Il rialzo del prezzo del gas pesa inoltre sulle bollette del prossimo inverno: il Ttf di Amsterdam a settembre ha superato i 75 euro al megawattora, il livello più alto da gennaio 2023, con un prezzo più che raddoppiato rispetto all’inizio degli attacchi contro l’Iran.
Questi aumenti non si limitano al rifornimento: incidono sul costo di produzione e distribuzione di molti beni, e si tradurranno in effetti a catena sull’economia reale. La scadenza del taglio delle accise sul diesel rappresenta un rischio ulteriore per i prezzi al consumo se non dovesse essere prorogata, mentre le misure pubbliche già adottate hanno comportato spese dirette per lo Stato.
Il conto globale: spese militari, energia e costi indiretti
Il conto della guerra per l’economia globale è più ampio e comprende spese militari, rincari energetici e costi indiretti come l’aumento dei tassi. costi guerra Iran calcolati a livello internazionale includono cifre molto consistenti: il New Yorker ha sommato spese militari, costi energetici e oneri indiretti e ha stimato che solo la spesa militare statunitense oscillerebbe tra gli 80 e i 100 miliardi di dollari, con 26 miliardi destinati alle munizioni e 9,2 miliardi per i danni causati dai bombardamenti iraniani alle basi americane in Bahrein, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il New Yorker cita anche un monitoraggio dei costi energetici del Climate Solutions Lab della Watson School of International and Public Affairs della Brown University: sommando gli aumenti dei prezzi della benzina e del gasolio, l’impatto finanziario sugli americani dall’inizio della guerra ammonta a circa 93 miliardi di dollari. A questi si aggiunge un aumento generale dell’inflazione — salita di un punto percentuale rispetto all’inizio della guerra, al 3,4% — e l’effetto sui tassi di interesse che grava sui prestiti.
Tra le ricadute dirette sui cittadini, Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, calcola che ogni famiglia americana ha già speso in media 200 dollari in più ogni mese per i costi indiretti legati al conflitto, una cifra che sintetizza come le pressioni sui prezzi energetici si traducano in oneri concreti per i bilanci domestici.
Nel complesso, le stime disponibili mostrano un impatto economico rilevante sia per l’Europa che per gli Stati Uniti, con voci di spesa dirette e indirette che rendono il conto della guerra un onere sostenuto da consumatori, imprese e Stati.
