Roberto Speranza ha riaperto il confronto interno al Partito democratico (Pd) con un’intervista al Corriere che, nelle parole raccolte dai dem, ha «aperto un vaso di Pandora» dentro il Campo largo. È questo il senso del primo richiamo degli ambienti dem: l’allarme che «con le primarie si rischia di perdere consensi, un clamoroso autogol», frase che lo stesso Speranza ha esternato pubblicamente e che diversi dirigenti riconoscono come l’espressione di timori condivisi. Dal giro di telefonate tra deputati, senatori e manovratori romani emerge un quadro in cui il dubbio sulle primarie è cresciuto, anche tra chi in passato ha sostenuto Elly Schlein.
Le preoccupazioni nell’area Franceschini e la proposta del terzo nome
Nel dettaglio, dentro il Pd si parla apertamente di tentativi di trovare una via alternativa alla consultazione aperta. Fonti interne evocano l’idea di scegliere «un candidato simbolico» — come ha ricordato lo stesso Speranza proponendo «un neo diciottenne o un anziano partigiano» — per evitare uno scontro diretto con il Movimento 5 Stelle. L’obiettivo pratico, spiegano i protagonisti della manovra, è trovare un terzo candidato che possa comparire sulla scheda e sbloccare la scelta senza procedere a primarie che molti considerano rischiose. Tra i nomi circolati nella ricostruzione c’è quello di Gaetano Manfredi, e come alternativa femminile emerge Silvia Salis.
Nel partito si osserva che questa strategia è sostenuta in particolare dall’area che fa capo a Dario Franceschini e da alcuni capicorrente storici. I critici di questa linea avvertono però che il ricorso a soluzioni simboliche può essere percepito come una manovra di palazzo e rischia di indebolire la segretaria. Da un lato si registra la presa di distanza formale della direzione: «La linea della segretaria non cambia di una virgola. Il candidato premier del Campo largo si deciderà con le primarie o sarà quello del partito che prenderà un voto in più alle elezioni», recita il messaggio ufficiale dal Nazareno. Dall’altro lato, chi tenta la strada del terzo nome spera di aggirare il rischio di un confronto che alcuni definiscono un «bagno di sangue» elettorale.
Linee interne contrastanti nel Pd e la posizione del M5S
La ricognizione tra le anime dem mette in luce contrasti interni: la minoranza riformista appare infatti più favorevole alle primarie, mentre il cosiddetto «Correntone», cui sono attribuite le spinte più critiche verso la consultazione, comprende figure che in passato hanno dialogato con Giuseppe Conte. Dentro questo quadro, l’eurodeputato Giorgio Gori è citato come favorevole alle primarie a condizione di «lealtà tra i candidati», mentre il veterano prodiano Arturo Parisi sottolinea il rischio politico per la segretaria: secondo Parisi il «no» organizzato alle primarie può contribuire a rafforzare l’idea che Elly Schlein sia destinata a perderle.
All’esterno del Pd, il Movimento 5 Stelle mantiene una posizione netta e univoca. Dal partito «monocorrente» il messaggio è chiaro: «Primarie senza “se” e senza “ma”, non ci sono alternative», e il senatore Stefano Patuanelli — uno dei vice di Conte — ha annotato che «se le primarie vengono gestite in modo corretto, come tra l’altro stiamo facendo, diventano un momento di grande coinvolgimento delle nostre comunità». È una lettura che spinge il M5S a confermare la propria strategia di apertura, mentre dentro il Pd la leadership prova a ricomporre.
Il presidente del partito, Stefano Bonaccini, ha provato a fare quadrato richiamando all’ordine: «Prima costruiamo una coalizione attorno ad un programma condiviso, poi decideremo in che modo scegliere la leadership che dovrà guidarla. E potrebbero pure essere le primarie lo strumento per designarla». Questa affermazione chiude il quadro con un fatto politico concreto: la decisione sulla modalità di selezione rimane subordinata alla costruzione della coalizione e resta al centro del confronto interno.
