Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum stima che il 39% delle competenze fondamentali richieste ai lavoratori subirà una trasformazione entro il 2030.
Lo studio mette in luce una doppia dinamica: da un lato la nascita di nuove occupazioni, dall’altro la sostituzione di altre, con un saldo che il rapporto valuta come positivo. Il dato centrale del rapporto non riguarda semplicemente l’eliminazione di mansioni, ma la necessità che i profili professionali acquisiscano nuove capacità per governare strumenti sempre più potenti.
Il cambiamento delle competenze previsto dal WEF
Il rapporto del World Economic Forum quantifica il passaggio su scala globale: sono indicati 170 milioni di nuovi posti di lavoro creati e 92 milioni destinati a essere sostituiti, con un saldo netto positivo espresso come differenza tra le due cifre. Queste stime accompagnano la previsione sul 39% delle competenze che muteranno, una cifra che riassume la portata della riorganizzazione richiesta nei prossimi anni.
Il significato pratico è che molte attività a bassa complessità possono essere automatizzate, mentre aumenterà la domanda di professionalità capaci di supervisionare processi, interpretare dati e assumere responsabilità nell’uso delle macchine. In questo quadro la formazione continua e la «padronanza del processo» emergono come elementi decisivi per il mercato del lavoro.
Ruolo umano, supervisione e valutazione critica
La trasformazione dei compiti non cancella il valore della presenza umana: pone invece l’accento sulla supervisione, sulla verifica delle informazioni e sulla responsabilità nella decisione finale. Andrea Unger, ingegnere e professionista del trading, mette in guardia dall’illusione che la tecnologia risolva automaticamente la complessità: «Se la regola è sbagliata, l’algoritmo la applicherà migliaia di volte con la stessa efficienza», afferma.
Questa osservazione richiama l’attenzione sulla necessità di figure in grado di selezionare dati, impostare criteri e valutare risultati. In pratica, il valore competitivo di un professionista non si misura solo nella quantità di lavoro prodotto, ma nella capacità di porre le domande giuste e di validare le risposte generate dalle macchine.
Nel mondo aziendale la scelta strategica non sarà inseguire l’algoritmo sul suo terreno operazionale, ma costruire competenze che integrino metodo, preparazione e pensiero critico. IA e lavoro chiedono quindi investimenti nella formazione, nella definizione di processi chiari e nella costruzione di responsabilità esplicite per chi utilizza i risultati prodotti dall’automazione.
Le indicazioni pratiche richiamate nel rapporto e nelle osservazioni dei professionisti sono coerenti: bisogna definire cosa delegare a un sistema, su quali dati farlo operare e quali criteri usare per valutarne le uscite. Solo così la velocità tecnologica diventa un moltiplicatore di vantaggio e non di errore.
Il futuro del lavoro delineato dal WEF implica dunque una doppia sfida: adeguare le politiche di formazione ai nuovi profili richiesti e responsabilizzare chi opera con gli strumenti digitali, facendo della supervisione umana il fattore critico di garanzia.
Il rapporto riassume la scala della trasformazione con numeri che segnano sia il rischio sia l’opportunità: 170 milioni di posti creati a fronte di 92 milioni sostituiti, e una riorganizzazione delle competenze valutata al 39% entro il 2030.
