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Crepet: “Scroll sui social come l’eroina, crea indifferenza”

Secondo lo psichiatra il meccanismo dopaminergico dei social appiattisce le emozioni, trasformando orrori e meraviglie in un flusso indifferenziato

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Paolo Crepet 2025 Show4Health

Vale93b — CC BY-SA 4.0 — via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=175632671) | Vale93b — CC BY-SA 4.0 — via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=175632671)

Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet ha paragonato lo scroll sui social all’eroina e lo ha indicato come fattore nella “costruzione dell’indifferenza” durante Dedalo 2026, la rassegna curata da Luca Sommi a Parma il 22 giugno.

Nell’intervento, Crepet ha legato il gesto ripetuto dello scorrere ai meccanismi di ricompensa: «Quando siamo sui social, scrolliamo. È il meccanismo, per esempio, di TikTok, dove non stai mai fermo su una cosa». Ha aggiunto che dietro a questo comportamento «c’è un meccanismo studiato che è dopaminergico, cioè è ciò che fa funzionare il cervello in termini di bisogno e quindi di dipendenza, come l’eroina, paro paro».

Sequenze che saltano di tono

Per sostenere l’analogia con la dipendenza, Crepet ha richiamato la continuità di stimoli e il cambio di registro tra clip successive: “Quando scrolli cosa vedi? Un gol di Ronaldo, poi subito dopo c’è la motocicletta tutta accartocciata di un vigile che è morto inseguendo qualcuno a Milano“. Lo schema, ha osservato, si ripete con salti ancora più netti: “Bombardamento a Gaza, benissimo, poi vai avanti e trovi Trump che dice una cosa”.

Nella lettura proposta sul palco della rassegna, l’alternanza rapida tra contenuti inconciliabili produce un flusso che riduce il tempo di permanenza su ciascuna immagine e rende più difficile attribuire un peso specifico a ciò che si vede. Il tratto comune, ha spiegato, è la cancellazione del soffermarsi.

Il confronto con la fruizione di un tempo

Crepet ha contrapposto quella velocità alla pratica di osservazione legata ai periodici illustrati: “Quando sfogliavi Epoca, ti fermavi su una foto. Stavi lì, prendevi anche un caffè al bar, e vedevi quella foto, ci ragionavi”. In quel contesto, ha ricordato, “c’era un’emozione che era legata al senso di un’immagine”.

Il punto, secondo lo psichiatra, è il passaggio dalla sequenza ragionata alla quantità illimitata che disinnesca il significato. La perdita di senso non è presentata come un incidente, ma come un effetto d’insieme del sistema di fruizione, alimentato dall’offerta continua e dall’automazione dello scorrimento.

“Un miliardo di immagini” e la perdita di senso

La critica si è condensata in una formula: “E allora, come facciamo a togliere il senso? Loro l’hanno capito: basta avere un miliardo di immagini e non c’è più senso dell’immagine”. Nel ragionamento di Crepet, la ripetizione e la sovrapposizione di contenuti portano a una risposta emotiva appiattita, indipendentemente dalla gravità o dalla leggerezza del singolo frame.

La conclusione dell’intervento ha ribadito l’effetto di equivalenza che, a suo giudizio, deriva dal flusso ininterrotto: “la guerra, la pace, la bellezza di un gol, piuttosto che l’orrore di un ragazzino morto per strada… è tutto uguale. Questo è ciò che si vuole”.

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