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La nuova guerra mondiale ai social per i minori: chi segue l’Australia dopo la Gran Bretagna?

Londra annuncia il divieto per gli under 16 seguendo l'esempio australiano. Ma il fenomeno è molto più ampio: dall'Europa all'Asia cresce la spinta per limitare l'accesso dei ragazzi alle piattaforme digitali. E in Australia si vedono già i primi effetti concreti

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immagine di tanti smartphone tenuti in mano da un gruppo di ragazzi

Magnific Immagine di freepik

Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

15 giugno 2026- Per anni l’accesso ai social network è stato considerato una naturale estensione della vita quotidiana degli adolescenti. Oggi, però, qualcosa sta cambiando. La decisione della Gran Bretagna di introdurre un divieto per gli under 16 rappresenta l’ultimo tassello di una tendenza internazionale che coinvolge governi, istituzioni e autorità di regolamentazione in tutto il mondo.

L’obiettivo dichiarato è proteggere i minori dai rischi associati all’uso precoce e intensivo delle piattaforme digitali: dipendenza, isolamento sociale, esposizione a contenuti dannosi, cyberbullismo e impatti sulla salute mentale. Ma dietro questa scelta si nasconde una domanda ancora più grande: i social network stanno diventando il nuovo fronte delle politiche di tutela dei minori?

La Gran Bretagna segue la strada aperta dall’Australia

Il governo guidato da Keir Starmer sta lavorando a una normativa che vuole vietare agli under 16 l’accesso alle principali piattaforme social. Si tratta di una delle misure più severe mai annunciate in Europa e arriva dopo mesi di pressioni da parte di associazioni, esperti e famiglie preoccupate per gli effetti delle piattaforme digitali sui più giovani.

La proposta britannica si inserisce in un dibattito che negli ultimi anni è diventato sempre più acceso. Numerosi studi hanno evidenziato una correlazione tra uso eccessivo dei social, aumento di ansia e depressione tra gli adolescenti, disturbi del sonno e difficoltà nella gestione delle relazioni sociali.

C’è però un aspetto spesso trascurato: per molti governi il problema non sono solo i social, ma le logiche che li rendono così coinvolgenti. Nel Regno Unito si discute già di limitare strumenti come l’infinite scroll, l’autoplay, i live streaming e i messaggi da sconosciuti. L’obiettivo è ridurre i meccanismi che spingono i più giovani a trascorrere sempre più tempo online. Una scelta che potrebbe segnare l’inizio di un cambiamento globale nel rapporto tra adolescenti e tecnologia.

Ma Londra non è sola.

Dall’Australia all’Europa: la mappa dei Paesi che stanno limitando i social ai minori

Il Paese che ha aperto la strada è stato l’Australia. Nel 2025 Canberra è diventata la prima nazione al mondo ad approvare un vero divieto nazionale per gli under 16. La legge obbliga piattaforme come TikTok, Instagram, Facebook, Snapchat e X a verificare l’età degli utenti e a impedire ai minori di aprire o mantenere un account. Le società tecnologiche rischiano sanzioni multimilionarie se non dimostrano di aver adottato misure efficaci per bloccare l’accesso ai minori.

L’esempio australiano ha rapidamente acceso il dibattito internazionale. In Francia è già previsto il consenso dei genitori per gli utenti sotto i 15 anni e il presidente Emmanuel Macron ha più volte chiesto un rafforzamento delle regole a livello europeo.

La Danimarca è diventata uno dei Paesi più attivi sul tema, promuovendo un coordinamento comunitario per introdurre limiti comuni all’interno dell’Unione Europea. Anche Norvegia, Grecia e Spagna stanno valutando sistemi di verifica dell’età sempre più rigorosi e nuove restrizioni dedicate agli adolescenti.

Fuori dall’Europa il quadro è ancora più interessante

In Cina il controllo non riguarda soltanto i social network ma l’intero ecosistema digitale. Negli ultimi anni Pechino ha imposto restrizioni severe all’utilizzo di videogiochi e piattaforme online da parte dei minori, limitando il tempo trascorso davanti agli schermi e introducendo modalità dedicate ai più giovani.

Anche Nuova Zelanda e Malesia stanno discutendo misure che prendono ispirazione dal modello australiano.

Per la prima volta governi con sistemi politici, culture e visioni molto diverse stanno convergendo verso una stessa conclusione: l’accesso ai social da parte dei minori potrebbe richiedere regole simili a quelle già adottate per attività considerate potenzialmente rischiose.

Il laboratorio australiano: cosa sta succedendo dopo il divieto

Se la Gran Bretagna guarda all’Australia è perché il Paese oceanico rappresenta oggi il più importante laboratorio mondiale su questo tema. A pochi mesi dall’entrata in vigore della legge, le piattaforme hanno iniziato a rafforzare i sistemi di verifica dell’età e a rimuovere milioni di account riconducibili a utenti under 16.

Secondo le autorità australiane, il provvedimento ha già prodotto un primo risultato: il tema dell’utilizzo dei social è entrato stabilmente nelle conversazioni tra famiglie, scuole e istituzioni. I sostenitori della legge ritengono che il divieto stia contribuendo a ridurre l’esposizione dei ragazzi a contenuti dannosi e a meccanismi che incentivano un utilizzo compulsivo delle piattaforme.

Ma non mancano le critiche: molti esperti sottolineano che i giovani possono aggirare i controlli utilizzando VPN, account registrati con dati falsi o profili creati tramite dispositivi di adulti. Altri temono che il problema possa semplicemente spostarsi verso piattaforme meno controllate e più difficili da monitorare.

Per questo motivo il dibattito resta aperto e sarà necessario attendere ancora diversi anni per capire se il modello australiano riuscirà davvero a raggiungere gli obiettivi prefissati.

E in Italia? Il dibattito è già arrivato in Parlamento

L’annuncio della Gran Bretagna ha riacceso il dibattito anche in Italia. Daniela Ruffino, deputata di Azione, ha chiesto al governo Meloni di seguire l’esempio britannico e vietare l’accesso ai social agli under 16.

“Per fare le cose giuste non bisogna appiccicarsi un’etichetta, destra o sinistra, ma bisogna farle. Giorgia Meloni e i ministri competenti trovino lo stesso coraggio di Keir Starmer e vietino l’accesso ai social agli under 16”, ha dichiarato la parlamentare. Ruffino ha ricordato come Azione abbia depositato da tempo una proposta sul tema, sostenendo che “fino a 16 anni si può crescere e molto bene rimanendo al riparo dagli algoritmi”.

Attualmente in Italia l’accesso ai social è consentito dai 14 anni, mentre per i minori è necessario il consenso dei genitori. Per ora il governo non ha annunciato misure simili a quelle australiane o britanniche, ma il tema sta entrando sempre più nel dibattito politico nazionale, spinto dalle preoccupazioni per l’impatto delle piattaforme digitali sui più giovani.

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