Selvaggia Lucarelli dedica un lungo approfondimento a Sigfrido Ranucci, mettendo in discussione non soltanto alcuni aspetti della sua vita professionale, ma anche la narrazione costruita negli anni attorno al conduttore di Report. Nella newsletter “Vale Tutto”, la giornalista parte dal caso Valter Lavitola per ricostruire episodi e controversie del passato, dai rapporti con alcune donne incontrate nell’ambiente di lavoro al presunto “Me Too” del 2021. La sua tesi è sintetizzata in una frase: «Report non è la Bibbia e Ranucci non è Dio».
I rapporti personali e il presunto “Me Too”
Lucarelli racconta di avere avuto da tempo «molte riserve, umane e professionali» su Ranucci. Tra gli elementi citati c’è la testimonianza, riportata dalla giornalista, di un’amica che avrebbe avuto una relazione con il conduttore e che le avrebbe descritto una gestione poco netta del confine tra rapporti personali e professionali.
Nel 2021 era inoltre circolato un dossier anonimo con accuse di molestie, mobbing e relazioni con colleghe. Le contestazioni, ricorda Lucarelli, non trovarono riscontro nell’audit interno della Rai e Ranucci respinse le accuse, interpretandole come un tentativo di colpire Report. Lucarelli torna però sull’argomento alla luce di quanto successivamente raccontato dallo stesso giornalista nel libro La scelta.
Proprio il volume, pubblicato da Bompiani e presentato dall’editore come il racconto del percorso personale e professionale di Ranucci, è diventato nelle ultime settimane oggetto di polemiche per alcuni episodi relativi a donne incontrate durante la sua attività.
Ranucci ha successivamente precisato di non avere mai avuto rapporti con stagiste, sostenendo che alcune parti del libro siano romanzate e accusando giornali e piattaforme social di avere confuso realtà e finzione.
Lucarelli e la «tendenza alla mitomania»
Per Lucarelli il punto centrale riguarda però il modo in cui Ranucci avrebbe progressivamente costruito la propria immagine pubblica. La giornalista riconosce il valore di numerose inchieste realizzate da Report, ma ricorda anche alcuni casi controversi e sostiene che le critiche al programma siano state talvolta rappresentate come attacchi contro la trasmissione e il giornalismo d’inchiesta.
È in questo contesto che Lucarelli parla di una «tendenza alla mitomania», interrogandosi anche sulla scelta di Ranucci di raccontare pubblicamente aspetti così delicati della propria vita privata. Nella sua ricostruzione rientrano inoltre episodi del passato, tra cui una recensione del libro La scelta pubblicata con uno pseudonimo ma riconducibile all’account Amazon del giornalista e poi rimossa.
Il nodo dell’amicizia con Lavitola
Il punto di arrivo dell’analisi è il rapporto con Valter Lavitola, oggi al centro dell’inchiesta sull’attentato contro Ranucci. Il conduttore ha riconosciuto l’amicizia con l’imprenditore, mentre ha negato di essere stato condizionato da lui nella realizzazione delle inchieste di Report.
Secondo Lucarelli, proprio questa frequentazione rende necessario separare la figura simbolica costruita attorno al giornalista dalle domande sul suo metodo professionale. La giornalista definisce il meccanismo che avrebbe accompagnato Ranucci negli anni come un intreccio di «vittimismo, narcisismo» e confidenza con persone capaci di alimentarne l’immagine.
La domanda conclusiva riguarda quindi il modo in cui il conduttore abbia gestito rapporti così stretti con figure come Lavitola e Clesio Gomes Tavares. Lucarelli annuncia inoltre una seconda parte della sua ricostruzione, lasciando aperto un confronto che, dopo gli ultimi sviluppi dell’inchiesta sull’attentato, è destinato a proseguire.
