Donald Trump ha avvertito che lo Stretto di Hormuz sarebbe riaperto “presto” o che gli Stati Uniti sarebbero tornati a colpire duramente l’Iran, in un’intervista rilasciata a Fox News. Trump ha detto che la sua prima scelta resta un’intesa diplomatica, ma ha aggiunto che “il colpo più duro deve ancora arrivare” se Teheran dovesse non rispettare gli impegni.
Trattative per la riapertura e posizioni regionali
Teheran ha invece negato che siano in corso colloqui diretti con Washington e ha confermato di dialogare con Oman su modalità per riaprire corridoi marittimi sicuri attraverso lo Stretto di Hormuz. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha spiegato che le trattative con l’Oman mirano a stabilire rotte temporanee tutelando la sovranità e la sicurezza nazionale iraniana, secondo la ricostruzione diffusa dai media iraniani.
Il ministero degli Esteri qatariota ha chiesto che la libertà di navigazione sia garantita e che qualunque soluzione sia concordata tra gli stati interessati. Majed al-Ansari, portavoce del ministero, ha affermato che Qatar, Oman e Pakistan stanno favorendo l’avvicinamento tra le parti, pur precisando che non esiste ancora un accordo finale. L’ufficio dell’emiro del Qatar ha riferito che l’emiro ha ricevuto una telefonata dal presidente Trump per discutere vie di de-escalation.
Accenni di intesa ma nessuna finalità
I mediatori hanno diffuso bozze di un possibile accordo che, secondo il loro racconto, sono «in fase di circolazione» e si trovano in “stadi molto progressivi” Il segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, ha detto che c’è stato progresso ma “non una finalità” su un’intesa per il passaggio marittimo, indicando che la questione resta aperta e soggetta a ulteriori negoziati.
Mediatori e governi regionali sperano che la riapertura dello stretto consenta di riavviare colloqui più ampi sul dossier nucleare, rendendo la sicurezza delle rotte un elemento propedeutico alle trattative più complesse.
Scorte di difesa “pericolosamente basse”
Nel frattempo i comandi militari statunitensi hanno segnalato un grave consumo di munizioni per i sistemi di difesa aerea: fonti hanno detto che sono stati impiegati quasi l’80% degli intercettori per un sistema chiave e che le scorte del Pentagono sono “pericolosamente basse” Tra i materiali indicati figurano caricamenti legati ai sistemi THAAD e ai lanciatori Patriot, con impatti che preoccupano anche gli alleati del Golfo per la loro capacità di respingere eventuali contromisure iraniane.
La carenza di intercettori e componenti ha spinto alcuni partner regionali a sollevare dubbi sulla resilienza delle difese aeree se il conflitto dovesse intensificarsi, aumentando la pressione sui negoziati e sui tempi per trovare soluzioni temporanee allo snodo del traffico marittimo.
Nel complesso, il quadro presentato mette in luce una combinazione di avvertimenti militari e sforzi diplomatici paralleli: da una parte l’amministrazione statunitense ha ribadito la disponibilità a usare la forza se necessario; dall’altra, i negoziatori regionali e internazionali provano a costruire intese per riaprire il corridoio marittimo e permettere il ripristino di canali negoziali più ampi.
