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Carceri italiane fuori controllo? L’allarme del procuratore De Lucia e cosa sta succedendo davvero negli istituti penitenziari

Dal sovraffollamento record ai telefoni cellulari nelle celle, fino all'emergenza suicidi e alle difficoltà nella gestione dei detenuti più fragili. Le parole del procuratore di Palermo riaccendono il dibattito sulle criticità del sistema penitenziario italiano

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Carceri italiane fuori controllo: cosa sta succedendo davvero

Pixabay @Eloi_Omella - alanews

Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

Le carceri italiane sono davvero sempre più fuori dal controllo dello Stato? La domanda è tornata al centro del dibattito dopo le dichiarazioni di Maurizio De Lucia, procuratore capo di Palermo, che durante un incontro ai Cantieri culturali della Zisa ha descritto un sistema penitenziario in forte sofferenza, segnato dal sovraffollamento e dalla crescente influenza della criminalità organizzata.

“Le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato”, ha affermato il magistrato. Una frase destinata a far discutere perché non denuncia soltanto le difficili condizioni degli istituti penitenziari, ma mette in dubbio la capacità dello Stato di esercitare un controllo pieno sulle strutture detentive.

L’allarme del procuratore: “Il controllo appartiene alle organizzazioni criminali”

Secondo De Lucia, il problema va ben oltre il semplice sovraffollamento. Il procuratore sostiene infatti che all’interno delle carceri esistano ormai collegamenti continui tra detenuti rinchiusi in istituti diversi e persone all’esterno.

«Vi sono call conference tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è in un altro carcere», ha spiegato, descrivendo un sistema di comunicazioni che consentirebbe alle organizzazioni criminali di mantenere vivi i propri rapporti anche durante la detenzione.

Il magistrato ha poi indicato le cause che, a suo giudizio, hanno reso il sistema sempre più fragile: istituti pieni oltre la loro capacità, assistenza insufficiente ai detenuti e una presenza significativa di persone tossicodipendenti che, secondo lui, dovrebbero essere seguite con percorsi terapeutici anziché scontare la pena esclusivamente in carcere.

La dichiarazione più dura è arrivata in chiusura del suo intervento: “Le carceri non esplodono soltanto perché i detenuti non vogliono farle esplodere. Il controllo appartiene solo alle organizzazioni criminali che vogliono lasciare le cose per come sono”.

Sovraffollamento: le carceri sono ai livelli più alti degli ultimi anni

Le parole del procuratore trovano riscontro nei numeri.

Secondo il XXII Rapporto di Antigone, al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane erano detenute 64.436 persone, mentre i posti realmente disponibili erano appena 46.318. Il tasso reale di sovraffollamento ha così raggiunto il 139,1%, il valore più alto registrato negli ultimi anni. In ben 73 istituti l’affollamento supera il 150%, mentre otto carceri hanno oltre il doppio dei detenuti rispetto ai posti effettivamente disponibili. Gli istituti non sovraffollati sono soltanto 22 su tutto il territorio nazionale.

Anche il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, nel suo report pubblicato ad aprile, fotografa una situazione molto simile: oltre 63.900 detenuti e un indice nazionale di sovraffollamento del 138%, con numerosi istituti ben oltre questa media.

Il problema non riguarda soltanto il numero delle persone detenute. Migliaia di posti risultano infatti inutilizzabili perché le celle sono inagibili, interessate da lavori di ristrutturazione o chiuse per carenze strutturali. Questo significa che la pressione sulle sezioni effettivamente operative è ancora più elevata di quanto raccontino i dati sulla capienza regolamentare.

Dai cellulari ai contatti con l’esterno: perché il controllo diventa più difficile

Quando De Lucia parla di “call conference” fa riferimento a uno dei fenomeni che più preoccupano magistratura e amministrazione penitenziaria: l’introduzione illegale di telefoni cellulari nelle carceri.

Negli ultimi anni i sequestri di smartphone e microtelefoni sono aumentati sensibilmente. Questi dispositivi consentono ai detenuti di comunicare con familiari, complici o altri affiliati senza passare dai canali autorizzati, permettendo in alcuni casi di continuare a impartire ordini, coordinare attività criminali o mantenere i rapporti tra appartenenti alla stessa organizzazione.

Per il procuratore di Palermo, il problema non riguarda soltanto la presenza dei telefoni, ma il fatto che le organizzazioni criminali riescano ancora a esercitare un’influenza significativa all’interno degli istituti, approfittando delle difficoltà di controllo generate anche dal sovraffollamento.

Celle piene, meno sicurezza e meno possibilità di rieducazione

L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità.

Nella pratica, però, il sovraffollamento rende sempre più difficile raggiungere questo obiettivo.

Quando un istituto ospita molte più persone di quante potrebbe accoglierne, diventa complicato organizzare attività scolastiche, formazione professionale, lavoro interno e percorsi di reinserimento sociale. Anche l’assistenza sanitaria e psicologica risente della pressione esercitata dall’elevato numero di detenuti, mentre il personale della Polizia penitenziaria si trova a operare in condizioni sempre più complesse.

Secondo Antigone, inoltre, molte strutture continuano a presentare gravi criticità: in numerosi istituti mancano ancora docce nelle celle, spazi per il lavoro o per la socialità e, in alcuni casi, perfino acqua calda e ambienti adeguati per la formazione.

Tossicodipendenze e salute mentale: “Molti non dovrebbero stare in carcere”

Un altro punto sollevato da De Lucia riguarda la presenza di detenuti tossicodipendenti.

Secondo il procuratore, molti di loro dovrebbero essere inseriti in comunità terapeutiche o in percorsi di recupero previsti dall’ordinamento, piuttosto che affrontare esclusivamente la detenzione.

Il tema è al centro del dibattito da anni. Una parte significativa della popolazione carceraria presenta infatti problemi di dipendenza o fragilità psichiche, condizioni che spesso richiedono interventi sanitari e assistenziali specifici. In assenza di strutture adeguate, il carcere rischia di trasformarsi in un luogo che fatica a garantire cure efficaci e percorsi di reinserimento.

L’emergenza suicidi e la condanna dell’Europa

Tra gli indicatori che raccontano la crisi del sistema penitenziario c’è anche il numero dei suicidi. Negli ultimi anni il fenomeno ha raggiunto livelli molto elevati e continua a essere indicato dal Garante nazionale e da Antigone come uno dei segnali più evidenti del disagio vissuto negli istituti di pena. Nel solo 2025 Antigone ha registrato 79 suicidi in carcere, oltre a centinaia di episodi di autolesionismo e decine di altre morti per cause diverse.

Non è una criticità nuova. Già nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la storica sentenza Torreggiani contro Italia, aveva condannato il nostro Paese per le condizioni di sovraffollamento, ritenendole incompatibili con il divieto di trattamenti inumani e degradanti. Dopo quella decisione furono introdotte diverse riforme per ridurre la pressione sulle carceri, ma secondo molti osservatori il problema è progressivamente tornato ai livelli precedenti. Lo stesso Rapporto Antigone evidenzia che, dal 2018 al 2024, i tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre 30 mila ricorsi per trattamenti inumani o degradanti, un numero ben superiore a quello che portò alla condanna europea.

Un problema strutturale che va oltre le dichiarazioni

Le parole di Maurizio De Lucia hanno un peso particolare perché arrivano dal procuratore capo di Palermo, una delle procure più impegnate nel contrasto alla criminalità organizzata. Ma il suo intervento si inserisce in un dibattito aperto da anni.

Da una parte il Governo ha annunciato un piano per ampliare la capacità degli istituti e realizzare nuovi posti detentivi; dall’altra, associazioni come Antigone, il Garante nazionale e numerosi operatori del settore sostengono che l’edilizia penitenziaria, da sola, non basti. Secondo queste realtà servono anche un maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione, investimenti nell’assistenza sanitaria e psicologica, più personale e percorsi di reinserimento realmente efficaci.

Le dichiarazioni del procuratore di Palermo, dunque, non rappresentano soltanto un nuovo allarme sul sovraffollamento. Sollevano una questione ancora più delicata: se la criminalità organizzata riesce a mantenere relazioni e influenza anche all’interno degli istituti penitenziari, il problema non riguarda solo le condizioni di detenzione, ma la capacità stessa dello Stato di garantire sicurezza, legalità e funzione rieducativa del carcere.

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