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Celebrità gay schedate: la lista segreta del Madison Square Garden

Ricky Martin, Phoebe Bridgers e altri nomi famosi erano identificati come LGBTQIA in un archivio interno dell’arena. Non è chiaro per quale motivo

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Celebrità gay schedate al Madison Square Garden - nella foto, l'arena

Madison Square Garden | No machine-readable author provided. Chensiyuan assumed (based on copyright claims). — CC BY-SA 3.0 — via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1437093) |

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

13 luglio 2026 – Il Madison Square Garden, celebre arena situata nel centro di New York, non registrava soltanto i nomi delle celebrità che assistevano alle partite dei New York Knicks o agli eventi organizzati. In alcuni casi, annotava anche il loro orientamento sessuale e la loro identità di genere. A rivelarlo è un’inchiesta di Wired basata sui documenti sottratti al gruppo proprietario del Garden dal collettivo criminale di hacker ShinyHunters. In un database interno, 93 persone erano contrassegnate con l’etichetta “LGBTQIA”.

Tra i nomi riportati ci sono il cantante Ricky Martin, la musicista Phoebe Bridgers ed Emily Green della band Geese. Non è però specificato perché il Madison Square Garden ritenesse necessario raccogliere queste informazioni né in che modo venissero utilizzate.

Celebrità gay, perché il Madison Square Garden le inseriva in un database

L’archivio, definito internamente “talent database”, comprende 39.539 schede relative a personaggi famosi del mondo dello spettacolo, dello sport, della politica, della tecnologia e dell’informazione.

Per alcune celebrità venivano registrati anche il genere, l’origine etnica e l’appartenenza alla comunità LGBTQIA+. Una raccolta di dati che solleva interrogativi, soprattutto perché l’orientamento sessuale e l’identità di genere sono informazioni personali che non sembrano avere alcuna relazione diretta con la sicurezza dell’arena.

“Sembra esserci uno schema” ha spiegato a Wired Evan Greer, direttrice dell’organizzazione per i diritti digitali Fight for the Future. Secondo Greer, i vertici del Garden apparirebbero “eccessivamente interessati alle persone queer e trans” presenti nelle strutture del gruppo.

Il sospetto nasce anche da alcuni episodi precedenti. Wired aveva già raccontato il caso di una donna transgender i cui spostamenti all’interno del Madison Square Garden sarebbero stati seguiti minuto per minuto dal personale di sicurezza, comprese le visite ai bagni.

La società ha contestato quella ricostruzione. La presenza delle 93 etichette “LGBTQIA” nel database, però, riapre la questione su quali informazioni il Garden raccogliesse sui propri ospiti e sui criteri utilizzati per selezionarle.

Madison Square Garden: le celebrità erano classificate anche per rischio

Il database conteneva anche valutazioni sul presunto livello di rischio rappresentato da circa 400 personaggi famosi. La maggior parte delle quasi 40mila persone presenti nell’archivio non aveva alcuna classificazione, mentre alcune venivano suddivise tra “segnalate”, “a basso rischio”, “a medio rischio” e “ad alto rischio”.

Tra le persone classificate a basso rischio figuravano gli attori Ben Stiller ed Edie Falco e il comico Tracy Morgan. Anna Wintour, direttrice editoriale globale di Vogue, risultava invece a medio rischio.

Tra i personaggi ad alto rischio comparivano soprattutto rapper, tra cui Freddie Gibbs, Lil Jon, DaBaby e A Boogie Wit da Hoodie. Lil Tjay era indicato come escluso dal Madison Square Garden dopo una lite avvenuta in una delle strutture collegate all’arena.

Anche cinque invitati identificati pubblicamente al matrimonio di Taylor Swift e Travis Kelce celebrato al Garden risultavano classificati a basso rischio: Ice Spice, Selena Gomez, Benson Boone, Michael Strahan e Mariska Hargitay. Non sempre, però, la valutazione sembrava collegata a un possibile pericolo per le persone o per la struttura.

Madison Square Garden: bastava una critica online per finire tra i soggetti a rischio

Secondo una fonte citata da Wired, il personale di sicurezza del Madison Square Garden effettuava controlli sui social delle persone famose che chiedevano biglietti gratuiti. Una critica alla squadra, una lamentela sull’organizzazione dell’arena o un commento negativo nei confronti del proprietario James Dolan potevano essere sufficienti per attirare l’attenzione della società. “Non doveva essere necessariamente qualcosa di grave”, ha spiegato la fonte. Anche raccontare di essere stati trattati male all’ingresso o di aver avuto difficoltà ad accedere alla struttura poteva determinare una segnalazione.

Il rapper Fat Joe, nonostante abbia più volte difeso pubblicamente Dolan, era classificato a medio rischio. Secondo la fonte, la segnalazione sarebbe dipesa dalla sua vicinanza a Jadakiss, che in passato aveva criticato il proprietario dei Knicks. Il produttore Pete Rock, storico tifoso della squadra, era invece indicato come persona da non “ospitare”, cioè da non invitare gratuitamente agli eventi. Dopo l’allontanamento forzato dell’ex giocatore Charles Oakley dal Garden, aveva invitato sui social a boicottare Dolan. “È un sistema terribile e profondamente paranoico”, ha commentato la fonte.

L’attacco hacker ha esposto milioni di dati personali

Il database delle celebrità è soltanto una parte dei documenti sottratti da ShinyHunters. Il collettivo ha pubblicato circa 45 gigabyte di materiale dopo aver chiesto senza successo un riscatto alla società.

Un secondo archivio contiene oltre 10,5 milioni di record, tra cui quasi 9,8 milioni di indirizzi email unici, più di 2,8 milioni di numeri di telefono e migliaia di date di nascita. Alcuni dati risalivano al 2012, mentre altri erano stati aggiornati fino al giugno 2026.

Gli hacker hanno affermato di aver ottenuto l’accesso attraverso il “vishing”, una forma di truffa telefonica. Un dipendente sarebbe stato convinto a reimpostare una password, permettendo al gruppo di entrare nei sistemi informatici del Madison Square Garden.

Tra i documenti pubblicati comparivano anche informazioni personali su dipendenti, clienti e funzionari pubblici. Una scheda dedicata a Jessica Tisch, oggi commissaria della polizia di New York, riportava il numero di telefono, l’indirizzo email e l’abitazione dell’epoca.

“Un’azienda che non riesce a proteggere un elenco di clienti non dovrebbe occuparsi di scansionare i nostri volti”, ha dichiarato Darío Maestro, direttore legale del Surveillance Technology Oversight Project. La fuga di dati non racconta quindi soltanto un attacco informatico. Mostra anche quanto fosse esteso il sistema di raccolta delle informazioni del Madison Square Garden: dalle opinioni pubblicate sui social fino all’orientamento sessuale delle persone sedute sugli spalti.

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