Milo Infante lascia la Rai dopo ventidue anni di carriera e passa a Mediaset. Il movimento, che rappresenta uno dei principali cambi di casacca della stagione televisiva, è stato ufficializzato a seguito della presentazione dei nuovi palinsesti del gruppo di Cologno Monzese, durante la quale il conduttore ha ricevuto il benvenuto da Pier Silvio Berlusconi.
In un’intervista rilasciata a Il Messaggero, il giornalista ha spiegato le ragioni del suo addio alla tv di Stato, escludendo motivazioni puramente economiche e parlando di un progressivo esaurimento del suo ciclo aziendale.
Milo Infante, Ore14 e una trattativa mai davvero partita
Al centro della transizione si collocano le complesse dinamiche di gestione che hanno interessato Ore 14, lo spazio informativo del primo pomeriggio di Rai 2. Nonostante i riscontri d’ascolto positivi registrati dalla trasmissione, Infante ha descritto il programma come una produzione costantemente chiamata a ridefinire i propri spazi all’interno del palinsesto della seconda rete, spesso in concomitanza con grandi eventi sportivi o modifiche della programmazione pomeridiana: “È stato un percorso, non la decisione di una notte. Nei suoi cinque anni di vita Ore 14 è sempre stata la Cenerentola di Rai2. Nonostante gli straordinari risultati di ascolto del quotidiano e del serale, fra Giro d’Italia, striscia di Cerno e altro, ho sempre dovuto difendere il programma con il coltello fra i denti”.

Lo stallo delle trattative e il passaggio a Mediaset
Il percorso che ha condotto alla firma con il gruppo concorrente si è sviluppato nell’arco di diversi mesi. Secondo quanto dichiarato da Infante, nel dicembre scorso si era tenuto un incontro con l’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, e con il responsabile degli Approfondimenti, Paolo Corsini. In quella sede il conduttore aveva richiesto un avanzamento professionale tramite la direzione della Struttura Sviluppo Nuovi Format e un adeguamento del proprio compenso contrattuale, pari a 174.280 euro lordi annui come base, per avvicinarlo al tetto salariale dei 240 mila euro previsto per le figure dirigenziali, ma nulla si è concretizzato.
Il caso Garlasco e il dovere del cronista
A margine del retroscena aziendale, l’intervista assume anche un valore deontologico nel passaggio in cui il giornalista affronta i meccanismi dell’informazione giudiziaria, soffermandosi in particolare sulla copertura mediatica del delitto di Garlasco.
Infante ha espresso un pubblico mea culpa rivolto ad Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l‘omicidio di Chiara Poggi, aprendo una riflessione critica sul ruolo dei media nei grandi casi di cronaca. “La cronaca insegna che la verità raccontata oggi non sempre coincide con quella che emergerà domani. È una lezione che ho imparato sulla mia pelle. Io mi sento in colpa per aver contribuito alla mostrificazione di Alberto Stasi dando per buoni certi teoremi. Devo chiedergli scusa perché un cronista deve sempre dubitare”.
