10 luglio 2026 – Nuovi sviluppi nella vicenda che aveva coinvolto 23 militanti di estrema destra imputati per aver fatto il saluto romano ad una manifestazione fascista. La Corte d’Appello di Milano ha confermato le assoluzioni “perché il fatto non sussiste”.
Saluti romani, confermate in appello le 23 assoluzioni
I 23 militanti erano imputati per manifestazione fascista per aver risposto alla chiamata del “Presidente” e aver fatto saluti romani al corteo che si era tenuto, come ogni anno, il 29 aprile 2019 alla memoria di Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù ucciso da un commando di Avanguardia Operaia nel 1975.
Contro le assoluzioni di primo grado aveva presentato ricorso la Procura, mentre le difese – tra cui i legali Antonio Radaelli ed Enrico Giarda – ne avevano chiesto la conferma. Dopo la camera di consiglio, i giudici di secondo grado hanno dato ragione a queste ultime. In un processo simile, per gli stessi fatti, di recente erano invece arrivate delle condanne.
Corteo Ramelli: la ricostruzione della vicenda
Sergio Ramelli, studente e militante del Fronte della Gioventù – la formazione giovanile del Movimento Sociale Italiano – fu aggredito il 13 marzo 1975 in via Paladini, a Milano, da un gruppo legato ad Avanguardia Operaia e morì dopo settimane di agonia.
Da allora, ogni 29 aprile, centinaia di persone si radunano per commemorarlo. Al corteo del 2019 parteciparono oltre mille persone: 23 di loro, militanti di movimenti come Lealtà Azione, Forza Nuova e CasaPound, furono identificate e imputate sulla base dell’articolo 5 della legge Scelba. Il pm aveva chiesto condanne tra i 2 e i 4 mesi, ma il 28 novembre 2024 il Tribunale li assolse tutti con formula piena: nelle motivazioni, i giudici scrissero che quei gesti avevano “solo una specifica valenza di omaggio e di ricordo” ed erano lontani dal costituire una condotta “potenzialmente idonea alla ricostituzione del partito fascista”.
Stesso caso, esito differente
La sentenza era stata una delle prime pronunciate dopo la decisione delle Sezioni Unite della Cassazione dell’aprile 2024, che aveva fissato alcuni criteri per l’applicazione della legge Scelba. Secondo la Suprema Corte, per condannare gli imputati occorre verificare caso per caso l’esistenza di un concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista, tenendo conto del numero dei partecipanti, del luogo, della struttura della manifestazione e dell’eventuale presenza di simboli o organizzazioni neofasciste.
Diverso era stato, invece, l’esito del procedimento nei confronti di cinque imputati che, per lo stesso corteo, avevano scelto il rito abbreviato. In quel caso le condanne erano state confermate anche in Cassazione. Una divergenza che mostra come, anche davanti a fatti simili, le valutazioni giudiziarie possano cambiare in base agli elementi emersi nei singoli processi
